
Immaginate un secchio pieno di broda primordiale fatta di case, strade, persone, macchine, autobus, piante, mercati, palazzoni, chiese, cani randagi e quant’altro, immaginate questo secchio dimenticato un po’ in bilico in un punto immaginario al di sopra della cordigliera andina.
Immaginate che un personaggio qualsiasi, qualche divinità se siete quel tipo di persone, oppure la storia, oppure il caso, stesse passando proprio da quelle parti, vicino al secchio…
Un movimento un po’ goffo e il secchio cade. La broda cade in una vallata andina stretta e lunga e la riempie, ondeggia un po’ anche sulle montagne che racchiudono la valle, dimenticando qualche pezzo, un po’ di brodaglia rotola giù da qualche burrone laterale e alcune colate si spalmano un po’ più sotto in un’altra valle.
Ecco questa è Quito.
Nel bel mezzo della valle cade un pezzo più grosso, una montagnola alta un centinaio di metri che divide la città in due. Deve esistere una sorta di legge fisica, magari legata al campo magnetico terrestre, che regola la distribuzione della ricchezza a differenti scale sul pianeta.
Perché, anche in questo caso, già all’interno del sud del mondo, la parte povera della città è a sud e quella ricca a nord. Volendo fare una mera generalizzazione, certo.
Su quella montagnola, che si chiama, panecillo, c’è una statua della madonna, nel senso della vergine. Una statua piuttosto grande, visibile anche da qualche chilometro di distanza, non da tutta la città di Quito che è lunga 42 km, ma da buona parte di essa. I quartieri periferici, quelli più poveri neppure la vedono, la madonna. E la cosa è già di per se è simbolica. Ma c è di più: la vergine sorride ai quartieri nord, più ricchi, e da le spalle al sud, ai poveri. L’hanno costruita così. E qui, forse, il campo magnetico non c’ entra.
Ecco, il señor nuñez vive a sud.
Ma è centro-sud e almeno la madonna la vede.
Ha una casetta modesta, dove vive e lavora. Ha più di ottanta anni e lavora ancora, con voglia e passione.
Appena arrivo a casa sua, oltrepasso volutamente il cancello d’ingresso e cammino un paio di metri più in la. Il suo laboratorio ha la vetrina che dà sulla strada, so di trovarlo lì. Lo intravedo chino al bancone da lavoro, in una nuvola di polvere di legno; busso sul vetro, lui alza lo sguardo mi vede e sorride. Di sicuro non si ricorda di me, è passato più di un anno dalla mia prima visita. Ma che importa, lui sorride lo stesso.
Il señor Nuñez è un liutaio.
Costruisce artigianalmente chitarre classiche. È figlio, nipote e pronipote di liutai.
E a sua volta vorrebbe essere padre, nonno e bisnonno di liutai. Invece suo figlio ha scelto un’altra carriera e sarà probabilmente lui l’ultimo costruttore di chitarre della famiglia. L’ultimo a incollare il foglietto con la scritta “Nuñez” in bella calligrafia all’interno della cassa armonica, atto finale, sigillo, di una prova d’ amore.
Mi racconta della sua famiglia di liutai, anche oggi, come alla mia prima visita. Le sue parole sono piene di nostalgia, segno che gli dispiace da matti essere l’ultimo.
Mi racconta di quel gringo che quarant’ anni fa aveva vissuto 4 mesi a casa sua per imparare il mestiere, un viaggio curioso dagli States all’ Ecuador, controcorrente, per imparare a costruire le chitarre. Qualche anno dopo il gringo gli aveva scritto una lettera: stava comprando l’ attrezzatura necessaria per aprire un laboratorio di liuteria, nella sua città, chissà dove, lassù. Da allora non ha avuto più notizie ma spera che il suo allievo, che ormai avrà 60 anni, costruisca ancora buone chitarre. Ne parla con nostalgia, segno che si era affezionato e, soprattutto, che vorrebbe trasmettere ancora la sua arte.
Mi porta nella stanza dove espone i pezzi in vendita, una stanzina piuttosto piccola con sette o otto chitarre: la produzione artigianale non certo punta alla quantità. Le prova tutte con orgoglio, quasi con curiosità, come se riscoprisse ogni volta il suono delle sue creature. È contento del suo lavoro, improvvisa qualche passillo ecuadoriano e canticchia anche un po’. Mi fa provare tutte le chitarre ben sapendo che non posso permettermi quelle più care e probabilmente comprerò quella che costa meno.
-Provale lo stesso, senti come suonano-.
Un bene da condividere, anche solo per qualche minuto.

Immancabile la visita guidata al laboratorio.
Una stanzina piccola, al profumo di legno e colla, con qualche chitarra in diversi stadi di preparazione e un charango ancora incompiuto.
Mostra contento un po’ tutto quello che c’è nel laboratorio, ma il pezzo forte è il trapano.
Il señor Nuñez racconta che ha ereditato tutti gli attrezzi da liutaio dal nonno. Da un cassetto di un vecchio ed elegante mobile di legno capitato per caso in quel laboratorio prende una piccola cassettina in metallo, di quelle decorate con colori ormai in disuso, di quelle che si capisce subito che sono di altri tempi. Dentro ci sono alcuni piallini di precisione, me ne fa vedere uno minuscolo, conservato come una reliquia.
-era di suo nonno?-
-sì, mi patron..-
In un angolo di una scaffaliera c è un trapano elettrico. è coperto da uno strato di polvere, il señor Nuñez segue il mio sguardo: l’ho comprato una decina di anni fa, l’ho usato un paio di volte poi l'ho lasciato lí.
Apre il secondo cassetto del mobile di legno e prende un trapano a manovella. Lo usa per i buchi sulla paletta, dove si fissano le chiavi per accordare.
-Questo è del bisnonno mi dice-.
Deve avere più di cent’ anni. Un lato è saldato, qualche decina di anni fa è caduto e si è rotto ma il señor Nuñez lo ha fatto aggiustare e funziona ancora benissimo.
Viva la tecnologia, altro che la robaccia cinese…
Io ho a casa una chitarra Nuñez. Quando l’ ho comprata me ne aveva mostrate alcune e poi ne ha presa un’ altra appoggiata un po’ in disparte.
-Questa la sto suonando io qui in casa- mi disse.
Aveva qualche riga, si vedeva che non era lí in esposizione. Comprai quella, non cercai nemmeno di abbassare il costo per il fatto che fosse usata, considerai il fatto un valore aggiunto.
La cassa armonica è in capulì, una specie di moraceae diffusa in sud America, ha un colore chiaro non molto usato nelle chitarre classiche, non ha venature particolarmente belle. La vernice si è giá un po’ opacizzata, in un paio di punti si vedono delle colatine. Non è perfetta, anzi. Nel complesso è forse bruttina da vedere.
Ma suona da dio, molto meglio di qualsiasi chitarra industriale abbia mai provato.