Il 13 novembre 2002 Apostolus Mangouras osserva con una certa preoccupazione la carta navale sul suo tavolino. La nave sotto il suo comando è appena entrata in una zona dal nome quantomeno sinistro: Costa da Morte. A conferirle tale nome i numerosissimi naufragi avvenuti qui dove il mare si incontra con l' oceano. E non è mai amore a prima vista.
Lo stesso giorno un mercante spagnolo chiama la guardia costiera: -Ho perso 200 tronchi in mare mentre passavo per la costa della Galizia!-. Distratto, il mercante.
I tronchi galleggiano trascinati al largo dalla corrente. Non è una bella giornata, é in corso un temporale con vento forza nove e onde alte come case di tre piani.
Da parecchio tempo Apostolus sta in piedi con il timone della nave fra le mani, é partito da San Pietroburgo qualche settimana prima ed ha giá fatto scalo in Lettonia ed Inghilterra..
Ormai i cigolii e gli scricchiolii del monocasco sotto i suoi piedi li conosce a memoria.
All' improvviso un rumore nuovo. Uno stridore fortissimo, un boato. Niente a che vedere con la ruggine della nave. Corre a vedere cosa é successo. Nella fiancata destra del Prestige, si é aperta una crepa. É la stessa fiancata che aveva fatto rappezzare un anno e mezzo prima in un cantiere navale cinese, forse un lavoro non proprio a regola d' arte. Ma finora aveva retto e non era costato molto.
Mentre segue con lo sguardo i primi fiotti di petrolio uscire dalle cisterne e liberarsi in mare, intravede, fra le onde giá nere, alcuni tronchi d' albero. Certo non é uno fortunato, il greco Apostolus.
Corre di nuovo all' interno, si attacca alla radio di bordo e lancia un s.o.s.: la situazione é critica, stanno fuoriuscendo tonnellate di petrolio e la possibilità che la crepa si chiuda da sola é piuttosto improbabile. Mentre il petrolio esce l' acqua entra e la ferita si fa piú profonda.
Il governo spagnolo tentenna poi ha un idea geniale: -Trainiamo la nave piú a largo verso nord, cosí il petrolio se lo beccano le coste francesi-. Ma ai francesi arriva la soffiata e si incazzano. -E allora spostiamolo a sud (tanto la corrente del golfo non esiste...), facciamolo un po' di nascosto ed i portoghesi si ritroveranno le spiagge nere senza neppure sapere perché-.
Apostolus conosce bene la sua nave, sa che un monocasco con una crepa sulla fiancata non resisterebbe al largo, dove le correnti e le onde sono ancora piú forti. Per molte ore si rifiuta di obbedire agli ordini del governo spagnolo. Alla fine deve cedere, viene arrestato per disobbedienza alle autoritá ed evacuato in manette dal Prestige.
Quattro rimorchiatori agganciano la nave e iniziano a portarla al largo.
Alle 8 della mattina del 19 novembre il Prestige si spezza in due.
-Il petrolio rimarrá sul fondale, non ci sará nessun danno né alle persone ne all' ambiente!– annuncia, delirante, il franchista Fraga, presidente della Junta di Galizia.
Non andó esattamente cosí.
Dalle stive del Prestige uscirono 63 mila tonnellate di petrolio. Il chapapote contaminó irrimediabilmente le coste della Spagna settentrionale, quelle francesi e la parte sud dell' Inghilterra.
63 mila tonnellate, 13 mila in piú di quelle della Exxon Valdez, Alaska 1989.
Il peggior disastro petrolifero della storia?
No. Bazzecole, bruscolini. Quisquilie.
Al peggio non ci sono limiti, recita una veritiera frase fatta.
Nel 1964 i Cofanes non sapevano ancora bene in che parte del mondo colonizzato si trovassero.
Anche a loro era giunta voce dell' esistenza di uno stato chiamato Ecuador e di uno chiamato Colombia ma non sapevano esattamente dove tali stati si trovassero. E come loro altri popoli indigeni: Secoya, Wuaorani, Siona, Kichwa e Tetetes. Popoli che da sempre vivono immersi nell' Amazzonia.
I Cofanes vivono in una parte di foresta amazzonica compresa fra l' Ecuador e la Colombia, 10 villaggi da una parte e 4 dall' altra. Per loro, l' appartenenza ad uno stato o all' altro, é un dato superfluo, puramente statistico, roba da sussidiario delle elementari. Vivono di caccia e pesca nella foresta e nei fiumi che l' attraversano, dall' enorme varietá di piante amazzoniche attorno alle loro capanne ottengono cibo, medicine ed utensili. Sono un popolo pacifico, considerano la terra che li circonda come un essere vivente che regala loro la vita. Un essere che non puó essere fatto a pezzi e venduto.
Alle idi di marzo del 1964 un uomo bianco col cappello da cowboy entra in un villaggio Cofan dell' Ecuador Orientale, nella zona dove adesso sorge l' orribile cittá di Lago Agrio. Gli indigeni gli si fanno incontro. Cattivi presagi: gli altri uomini bianchi che erano venuti dieci anni prima, i missionari evangelici, avevano portato solo malattie.
L' uomo bianco col cappello allunga il braccio, punta l' indice e lo muove a 360 gradi verso la foresta oltre le capanne: -Tutto questo é nostro, ce lo ha appena concesso lo Stato dell' Ecuador-.
Troppe cose nuove, troppi concetti inspiegabili in troppe poche parole. I Cofanes sono allibiti. Da un giorno all' altro scoprono di “appartenere” ad uno stato, scoprono che quell' essere vivente che gli permette di vivere, la foresta, si puó dividere in parti e vendere, che una cosa chiamata stato lo ha venduto all' uomo bianco e che loro non ci possono piú metter piede.
Come se arrivasse uno della casa di fronte e ti mettesse il lucchetto al frigorifero : “Ora é mio, me lo ha venduto quello del piano di sopra”
Il bianco mette la mano in tasca e ne tira fuori un foglio: il 5 marzo 1964, lo stato ecuadoriano dava in concessione alla compagnia statunitense Texaco un milione mezzo di ettari di Amazzonia. Il 27 marzo 1964 uscirono i primi galloni di petrolio dal nuovo pozzo della Texaco.
Le prime ferite sul corpo di Coan Coan.
Racconta Fidel Aguinda, giovane capo del villaggio Cofan di Aguasblancas:
-Coan Coan é una creatura del sottosuolo, la sua casa é sottoterra. Non é un dio, non é un mostro, é semplicemente una creatura. É il padrone degli animali che vivono nella foresta. Quando vogliamo dei consigli o un favore per avere piú caccia o pesca, lo sciamano del villaggio entra in contatto con lo spirito di Coan Coan attraverso un rituale con Ayahuasca. Come tutte le creature anche Coan Coan ha bisogno di risposarsi: quando dorme il suo sangue si trasforma in petrolio. I pozzi delle compagnie petrolifere uccidono Coan Coan. Lui é parte dei Cofanes e noi Cofanes siamo parte della sua vita, non possiamo permettere che muoia- .
Nei successivi anni la deforestazione della foresta amazzonica accelerò esponenzialmente e la compagnia petrolifera statunitense creó un sistema composto da 350 pozzi e una estesa rete di oleodotti.
Il piccolo popolo indigeno dei Tetetes si ritrovó circondato da pozzi: senza piú la foresta, unica fonte di cibo e medicine, scomparve nel nulla. Le condizioni di vita delle altre etnie si fecero difficilissime e il rischio di estinzione é ora altissimo. Ma piú che di estinzione sarebbe coretto parlare di genocidio.
La deforestazione é infatti, nella sua gravitá, solo una parte del problema.
Il petrolio contiene una considerevole quantità di molecole tossiche: idrocarburi aromatici (benzene, toluene, xilene), idrocarburi policiclici aromatici (antracene, pirene, fenantrene, benzopirene e altri), metalli pesanti (cadmio, cromo, piombo,mercurio, cobalto, rame, etc), nonché alcuni elementi radioattivi (stronzio 90, radon 226). Tali molecole sono estremamente persistenti nell' ambiente, hanno tempi di degradazione lunghissimi, e soprattutto sono tristemente noti alla tossicologia come agenti cancerogeni.
La gamma completa degli elementi del petrolio é considerata una minaccia alla salute pubblica ed all' ambiente, tutti i paesi hanno pertanto creato delle leggi per regolare le pratiche di estrazione. Le stesse compagnie petrolifere hanno sviluppato regolamenti interni di salvaguardia.
La Texaco, nei suoi 28 anni di presenza nella Amazzonia ecuadoriana, scelse intenzionalmente e deliberatamente di non rispettare l' ambiente, la vita dei popoli indigeni, gli obblighi verso il governo e le stesse norme interne della compagnia vigenti in concessioni petrolifere in altri stati.
Certo, se il controllore dell' operato della Texaco doveva essere il governo ecuadoriano, in quel periodo la congiuntura non era certo favorevole...
L' 11 luglio del 1963 il governo filocastrista di Carlos Julio Arosemena veniva destituito da un colpo di stato militare. Al potere si autoproclamó un quadrunvirato formato dai capi dell' esercito. Dietro tutto questo c' erano, come era solito in quel periodo, gli Stati Uniti, che, dopo la rivoluzione cubana, non potevano certo sopportare i tentativi di emulazione in altri paesi.
In quel periodo, inoltre, la Texaco era la unica compagnia petrolifera a distribuire benzina in 50 stati U.S.A.( e cosí fu fino al 1980).
Praticamente, i dirigenti della Texaco, per andare al bagno, usavano quelli della Casa Bianca.
Per stessa ammissione della Texaco la quantità di petrolio di scarto deliberatamente gettata nella foresta è stata di 332 milioni di galloni. A questa quantità bisogna sommare le perdite dell' oleodotto, stimabili in circa 30 milioni di galloni (fonte: Acción Ecologica)
Un po' di calcoli. 332 più 30 fa 362 milioni di galloni.
362 milioni di di galloni sono 1368 milioni di litri, vale a dire 1368 mila metri cubi
Oppure, con una equivalenza, 1231 mila tonnellate.
Quasi 20 volte la quantità persa dal Prestige.
La Texaco ha utilizzato in Ecuador strutture antiquate e mal funzionanti, oleodotti giá vecchi che si sono riempiti di buchi in poco tempo. Ha infranto non solo le leggi ecuadoriane in materia ambientale ma anche le stesse norme di autoregolamentazione che la compagnia aveva adottato in USA nello stesso periodo. Le norme obbligano a immagazzinare temporaneamente il petrolio di scarto in piscine isolate e protette, per poi re- immetterlo nel sottosuolo; la Texaco lo ha semplicemente buttato via nella foresta, oppure lo ha versato in grandi buche scavate nel terreno, senza alcun tipo di isolamento. Di queste piscine ne esistono circa mille, senza contare quelle che la Texaco ha cercato di nascondere ricoprendole di terra.
In 28 anni il petrolio, che di starsene quieto in una pozza ha poca voglia, ha contaminato il suolo, i fiumi e la falda acquifera sotterranea.
I terreni e i campi vicini ai pozzi di estrazioni sono neri, appiccicosi, catramosi.
L' acqua del Naviglio, in confronto a quella dei fiumi di questa parte della foresta, é praticamente potabile. Peccato che questa acqua sia l' unica a disposizione dei popoli indigeni: in Amazzonia non ci sono molti rubinetti.
Ritornello. Il petrolio gettato nella foresta, é solo una parte del problema.
Mentre si estrae il petrolio si estrae anche una considerevole quantità di acqua. É un ' acqua che ha la stessa etá geologica del petrolio, si é formata insieme a lui e per questo prende il nome di “acqua di formazione”. Il rapporto é circa 9 a 1, ossia per ogni barile di petrolio estratto vengono fuori anche 9 barili di acqua.
L' acqua di formazione contiene concentrazioni dannose per la salute umana di sali di calcio, magnesio e manganese. Contiene anche sali di zolfo, sodio, cloro a concentrazioni 6 volte maggiore dell' acqua di mare che quindi sono intollerabili per la vegetazione. Inoltre, avendo passato decine di migliaia di anni in compagnia del petrolio, l' acqua di formazione contiene gli stessi elementi nocivi dell' oro nero: idrocarburi semplici e policiclici, metalli pesanti, elementi radioattivi.
Fin dal 1939 in Texas, stato di origine della Texaco, esistevano leggi che obbligavano la compagnia petrolifera a re-immettere nel sottosuolo, nello stesso pozzo da cui proveniva, l' acqua di formazione, per limitare i danni ambientali e per la salute derivanti dalla contaminazione con tale acqua. Fin dal 1939 la pericolosità dell' acqua di formazione era quindi ben conosciuta sia a livello legale sia dalla stessa compagnia.
Dal 1964 e per i successi 28 anni, in Ecuador, la Texaco non ha re-immesso nel sottosuolo una sola goccia.
L' acqua di formazione é stata direttamente gettata nei fiumi o nel suolo, portando ad una gravissima contaminazione delle acque superficiali e sotterranee. Gli indigeni dell' Amazzonia usano queste acque per bere, lavarsi, irrigare i campi, dar da bere agli animali.
Per ammissione stessa della Texaco la quantità di acqua di formazione rilasciata nella rete fluviale e nel suolo amazzonico equivale a 18,5 mila milioni di galloni. Come nel caso del petrolio di scarto si tratta di dati ufficiali forniti dalla stessa compagnia nel processo che la vede imputata, il sospetto che i dati reali siano ben piú alti é piuttosto fondato.
Comunque, 18,5 mila milioni di galloni sono 70 mila milioni di litri, ossia 70 milioni di metri cubi.
Un lago alpino, neppure fra i piú piccoli, come quello di Mergozzo, contiene piú o meno la stessa quantitá d' acqua. Buona, peró.
Ritornello.
Oltre al petrolio e all' acqua di formazione, durante l' estrazione dai pozzi petroliferi fuoriescono anche grandi quantitá di gas naturale, che, secondo quanto previsto dalla legge, deve essere immagazzinato per usi produttivi o re-immesso nel pozzo.
Texaco non ha mai, in 28 anni, immagazzinato o re immesso il gas naturale. Lo ha semplicemente bruciato. Si vede che oltre a contaminare terra e acqua voleva dare una giusta parte anche all' aria. Per non fare torti a nessuno.
La centralina per il monitoraggio dello smog di viale Juvara (una delle zone piú inquinate di Milano), da queste parti si troverebbe come a casa.
L' aria, in questa regione dell' Amazzonia ed in particolare in prossimitá dei mecheros (gli apparati dove si bruciano i gas), risulta inquinata da tossine e incombusti che non solo vengono inalati dalle persone ma producono anche il fenomeno della “pioggia nera”. I popoli indigeni, rassegnati al fatto che non potessero piú bere l' acqua dei fiumi come avevano fatto per secoli, han provato a bere quella piovana.
Anche in questo caso gli é andata male.
La esposizione alle tossine derivanti dalla contaminazione di suolo, acqua e terra avviene per ingestione, inalazione e contatto. Il 75 % della popolazione che vive nell' area di estrazione utilizza acqua contaminata, un acqua fetida, salata, con macchie di petrolio in superficie. Usano questa acqua per lavarsi, bere, cucinare, non per ignoranza dei pericoli ma semplicemente perché non esiste altra acqua. Gli animali della selva, cibo tradizionale dei popoli indigeni, sono particolarmente sensibili alla contaminazione, alla deforestazione e all' inquinamento acustico. Sono scomparsi e la caccia non é piú una fonte di cibo.
I campi per l' agricoltura sono contaminati, le terre non sono piú produttive, spesso sono nere e catramose. Non cresce piú nulla. Il livello di denutrizione nell' area petrolifera é del 43%, il piú alto del paese. Il tasso di leucemia in bambini fino a 4 anni é 3 volte piú alto della media, quello di aborto spontaneo é di 2,5. La principale causa di morte nell' area petrolifera é il cancro (32%), 5 volte superiore alle zone della foresta amazzoniche non interessate dall' industria petrolifera. L' aspettativa di vita é di 35 anni. Due popoli indigeni sono letteralmente scomparsi, altri quattro rischiano grosso,
Perché tutto ció?
Nei 28 anni di presenza di Texaco in Ecuador, la compagnia statunitense estrasse petrolio per un guadagno complessivo di circa 30 mila milioni di dollari.
La scelta cosciente, intenzionale e deliberata, di contaminare l' ambiente, causare morte e sofferenza per le popolazioni indigene, di non rispettare le leggi esistente, fu presa per permettere alla compagnia di ottenere un guadagno aggiuntivo di circa 3 dollari al barile. 30 mila milioni di dollari forse sembravano pochi.
Nella pagina internet della Texaco (che nel frattempo ha cambiato nome in Chevron) esiste una sezione chiamata “The Chevron Way”. Ecco quello che scrivono di loro stessi:
“La nostra compagnia si fonda sui nostri valori, che ci distinguono e guidano le nostre azioni. Conduciamo i nostri affari in forma socialmente responsabile ed etica. Rispettiamo le leggi, difendiamo i diritti umani universali, proteggiamo l' ambiente e apportiamo benefici alle comunità dove lavoriamo."
Per maggiori informazioni:
Due video:
www.texacotoxico.org/video_texacontamination/texacotoxico_high.html
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