18 febbraio 2008
Panamericana
É l' urlo dei bigliettai dei bus che vanno alla capitale da quasi tutte le cittadine dell' Ecuador. Se non ci si trova in una stazione, non cosí frequenti se non nelle cittá piú grandi, l' autobus si prende cosí: ci si mette su una strada che presumibilmente va verso Quito, si tende l' orecchio, si aspetta che il bigliettaio si sporga dall' autobus in marcia e si ascolta cosa urla. Se va bene la destinazione si tende la mano, come se fosse un taxi, e si sale.
Tutto questo con l' autobus sempre in marcia.
Solo rallenta un pochino ma riuscire a scendere e salire in corsa richiede un po' di esperienza e nei primi giorni in Ecuador ho rischiato dei gran voli.
A Quito, a Quito, a Quito, a Quito!
É l' urlo che cercheró fra tre settimane per le strade di Huaquillas, quando sará ora di tornare in cittá.
Stanotte parto e vado a sud, confine col Perú per arrivare all' isola di Costa Rica, nel Pacifico a circa due ore di barca dalla costa. Laggiú c' é un associazione di pescatori e concheros e bisogna raccogliere materiale ed informazioni su quello che stanno facendo.
Zaino ridotto all' osso: costume, pantaloncini, magliette ed infradito. Qualche litro di repellente contro le zanzare. Carta e penna, un paio di libri, e la chitarra. Dovrebbero bastare per passare le serate in un isola in cui non c' é assolutamente nulla, neppure un telefono...
13 febbraio 2008
Muisne /4 - Bolivar
Al villaggio di Bolivar, uno dei piú grandi del canton Muisne, ci si puó arrivare in autobus o in barca. Il primo sistema é piú economico, il biglietto vale meno di un dollaro, ma terribilmente scomodo. In autubus si rimane seduti una mezz’ ora, ci vuole poi un’ altra ora a piedi per arrivare alle prime palafitte.
Con quaranta minuti di barca invece si arriva direttamente al porticciolo, tre assi di legno gettate sulla spiaggia giusto per non affondare i piedi nel fango.
La comunitá di Bolivar non si trova nell’ estuario del Rio Muisne, ma in quello di un fiume piú grande che scorre qualche chilometro piú a sud. Non si puó, insomma, prendere una barca e scivolare dolcemente sulle immobili acque fluviali ma bisogna uscire in mare aperto, percorrere un buon tratto di Pacifico e poi rientrare nell’ altro estuario.
Ed il pacifico é sempre un po’ incazzato, specie nei punti dove sfociano i fiumi.
Ci affidiamo a Ramon, lo scafista dell’ associazione, un uomo di cui non so praticamente nulla ma in cui devo confidare ciecamente. Mi aggrappo alla profonditá delle rughe sul suo volto: si capisce subito che ha passato piú tempo su una barca che sulla terraferma.
Un giubbotto di salvataggio comunque non guasta.
Dopo circa un’ ora di sballottamenti, salti, schizzi, risate e sospiri arrivo completamente fradicio a Bolivar. La prima persona con cui parlo é una signora di circa 45 anni e che mi offre una cocada, un dolce tipico di questa parte della costa equatoriana, fatto di cocco, zucchero e cannella.
Buonissimo, e pensare che ho sempre odiato il cocco.
Mangio la cocada con gusto, anzi ne prendo un’ altra sia per golositá sia per avere un pretesto con cui iniziare a parlare con Maria, perché, a pelle, mi sembra una persona speciale..
Mentre camminiamo in direzione del suo campo, oltre il fiume, sulle prime collinette dove la terra é terra e non fango, incontriamo altre donne. - Loro lavorano per i camaroneros – mi sussurra Maria.
- Fanno un lavoro umiliante : puliscono le piscine per l’ allevamento dei gamberetti, immerse nel fango nerastro, contaminato e maleodorante. Lavorano solo due giorni alla settimana e guadagnano 5 dollari -.
Una miseria.
Maria sembra arrabbiata con loro, racconta che alcune persone del villaggio hanno dimenticato come fosse la vita prima dell’ arrivo dei camaroneros e accettano la situazione attuale: oggi lavorare per un’ industria camaronera é uno dei pochi lavori possibili, una delle poche possibilità di guadagnare qualche dollaro.
Ma come si fa a vivere con 5 dollari alla settimana?
Maria continua a ricordare.
- Quando al posto delle piscine di allevamento c’ erano le mangrovie la gente di Bolivar poteva andare a raccoglire conchas fra le radici delle piante. In una giornata di lavoro una donna e i suoi figli potevano trovarne anche anche mille. Sul mercato si possono vendere a 6 dollari ogni 100 conchas. Quelle di questa zona sono considerate le migliori conchas dell’ ecuador e a Quito il prezzo arriva a venti dollari.
C’ era lavoro per tutti e soldi per tutti.
I Camaroneros hanno rubato tutto questo, hanno portato via terre illegalmente, distrutto tutto il bosco e non hanno scucito un dollaro. Maria non capisce come ci si possa dimenticare di questo.
Dopo una quarantina di minuti a piedi arriviamo al campo.
Maria vive qua con suo marito, un signore piú anziano di lei che compare dal fondo del terreno, sorridente e con in mano un machete di mezzo metro
Mi chiede di scattare una foto mentre raccoglie una papaya da un albero di cui va particolarmente orgoglioso.
Maria mi porta a vedere le piante che coltivano. Scopro che praticano una forma istintiva di agricoltura sostenibile, biologica e biodiversa che nasce dalla semplice necessitá di sopravvivere. Senza il filtro della scelta politica e alternativa che questo comporta in occidente.
Nel suo campo non ci sono due piante uguali.
Mi racconta che lei e la sua famiglia hanno bisogno di tante cose per vivere e quindi tante cose ha piantato. Un monocoltivo classico non le sarebbe servito a nulla.
Dal suo terreno ottiene molte varietá di cibo, tanti frutti diversi, materiale per costruire e sistemare la capanna dove vive. Da alcune piante estrae oli essenziali, medicine e repellenti contro gli insetti. Le galline vagano libere per il campo e le assicurano le uova. L’ unico problema é che le depongono dove capita e bisogna poi cercarle.
Se avanza qualcosa dalla produzione, lo vende e col ricavato compra penne e quaderni per i suoi figli che vanno a scuola.
Ma se fosse solo per me – mi confessa- potrei tranquillamente vivere solo di raccolta.
Mi annoto alcuni nomi di piante sul quadernino: tangares, calade, cedro amargo, nacedera, ovo, guayaba, maracuja, piña, papaya, platano, banano, coco, bimbe, yuca, camote, zapallo...e mille altri che non faccio tempo a scrivere.
Bisogna rimettersi in viaggio: la riunione con la gente del villaggio inizia fra poco, per la prima volta proporremo loro di partecipare al progetto di turismo comunitario
Al ritorno metto il quadernino in tasca. Camminiamo lentamente verso il villaggio mentre il sole scende sulle piscine industriali. Ascolto Maria raccontare della sua terra prima del disastro e lascio che le sue parole evochino nei miei pensieri l’ idea di paradiso.
11 febbraio 2008
Muisne /3 - Riconquista
Andiamo a visitare una piscina per l’ allevamento industriale di gamberetti, riusciamo ad introdurci senza problemi perché in questo momento il guardiano non c’ è.
Lo spettacolo é desolante.
Ettari ed ettari di rigoglioso bosco di mangrovie ridotti ad un putrido stagno di acque maleodoranti e fanghi nerastri. Qua e lá ancora qualche sacchetto di carbonato di calcio per aggiustare il ph e qualche bottiglia di diserbanti chimici non meglio precisati (su questo sto ancora raccogliendo informazioni)...
Ma quello che piú sconvolge é la sensazione di morte che il panoramana trasmette, l’ esatto opposto del bosco di mangrovie che pullula di movimento, suoni e rumori...
Riusciamo a parlare con alcuni familiari del guardiano. All’ inizio sono prevenuto verso di loro, gente al soldo dei grandi industriali che distruggono piante e persone. Poi scopro che sono solo un ‘altra vittima. Pagati pochissimo, costretti ad una vita isolata dalla comunitá, in una catapecchia pericolante senza acqua, in un ambiente ben poco salubre.
Me ne vado schifato e di cattivo umore, penso con rabbia ai gamberetti surgelati in offerta al supermercato....un prezzo basso che costa la vita alla gente di qua, alle piante agli animali..la tragica storia che c’ è dietro ad una busta trasparente piena di crostacei rosati che piú volte sono finiti anche fra le mie mani...
Alla mia coscienza viene peró offerta immediatamente una occasione di riscatto: con la barchetta arriviamo ad una lingua di terra completamente spoglia.
Di nuovo stivali ai piedi e fango fino alla cintura. Ci portiamo dietro una sacco di yuta pieno di semi di mangrovia e li piantiamo ordinatamente a circa due metri di distanza l’ uno dall’ altro, in mezzo al altri semi giá germogliati. Alcuni ragazzi della comunitá di Las Manchas avevano giá iniziato a riforestare questa zona. Alla riconquista del loro spazio.
I semi che piantiamo sono di mangrovia rossa (Rizophora mangle), la specie con la quale é piú facile riforestare. Sono semi molto grandi con forma di baccello di fagioli e lunghi circa venti centimetri. Non é necessario farli germogliare in vivaio, è sufficiente piantarli direttamente nel fango e dopo qualche giorno spuntano le prime foglioline.
Torno a casa stravolto, dalla partenza per Montecristi, cinque giorni fa, ho dormito circa quattro ore a notte.
Anzi la prima notte proprio non ho dormito...
8 febbraio 2008
Muisne /2 - Radici
La mattina dopo ci aspettano due giornaliste svedesi che vogliono scrivere un articolo sulla devastazione dell’ ecosistema provocata dalla produzione industriale di gamberetti.
Prendiamo un barchetta da sei posti e scivoliamo sul rio Muisne fiume fino alla comunitá di Las Manchas, un villaggio di poche palafitte incastrato fra l’ oceano e il bosco di mangrovie.
La comunitá partecipa ai progetti di turismo comunitario: i ragazzi di qua sono concheros (ossia raccolgono “conchas” una specie simile ad una grande vongola che cresce nel fango fra le radici delle mangrovie).
E continuano a fare i concheros, solo mentre lavorano insegnano a farlo anche ai turisti.
Non abbandonano le loro attivitá tradizionali e familiari per diventare operatori turistici, semplicemente fanno partecipare i turisti alle loro attivitá. Quattro ragazzini, tutti fratelli, salgono assieme a noi sulla barca, alla ricerca di un luogo dove andare a conchare.
Troviamo un spazio un po’ aperto fra le mangrovie e ci avviciniamo il piú possibile con la barchetta. Raggiungere la riva non sembra essere molto facile ma vince la curiositá e mi infilo gli stivali di gomma. Scendo dalla prua e mi ritrovo nel fango fino alla cintura, completamente bloccato...
Raggiungo a fatica un ramo sporgente e mi ci appiglio riuscendo poco a poco a tirarmi a riva. Non ché lá il terreno sia piú stabile, sempre di fango si tratta, ma almeno ci sono le mangrovie a cui aggrapparsi.
Getto le mani nel fango ed inizio a scavare, con le dita sposto le radichette delle mangrovie ma......niente! Riprovo mezzo in metro piú in lá ed ancora nulla...vado avanti per tentativi per un altri quaranta venti minuti e rimedio solo una misera almeja, una vongolina.
Intanto i ragazzini della comunitá hanno giá raccolto una decina di conchas.
Beto, il piú grande, mi chiama. Lo raggiungo, é vicinissimo a me e mi indica una culebra, un serpente abbastanza mortale che vive nel fango e che in esso si nasconde perfettamente essendo dello stesso colore.
Penso al fascino del mimetismo. Penso che ho passato la ultima mezz’ ora con le mani nel fango. Penso che esiste anche il pez-sapo, un pesce altrettanto amante del mimetismo nel fango. Anche i suoi aculei non sono piacevoli.
Penso che l’ interculturalitá e l’ integrazione siano grandi cose ma in fondo cosi puo bastare. Me ne torno sulla barchetta.
Ci aspetta un pranzo a base di concha nella mensa del villaggio di Las Manchas.
Il ristorantino é stato costruito da poco dalla comunitá con l’ aiuto di Fundecol, a gestirlo un gruppo di donne del villaggio. I turisti possono in questo modo assaggiare le prelibatezze della cucina locale, preparate non da cuoche professioniste al soldo di un agenzia turistica ma da donne che da sempre cucinano per gli altri abitanti del villaggio. Durante il pranzo scopro un fatto potenzialmente destabilizzante per il mio lavoro. Negli ultimi giorni ho gridato a squarciagloa “viva la concha” perché la concha é il simbolo della battaglia in difesa delle mangrovie e delle comunitá. La concha é uno dei piatti tradizionali, la principale fonte di proteine per i popoli del manglar, la moneta di scambio con cui avere accesso ad altri beni.
La perdita di grandi quantitá di concha, ormai sempre piú difficile da trovare, é uno degli effetti piú tangibili della deforestazione provocata dall’ industria dei gamberetti. La concha é un simbolo carico di significati culturali, storici,ambientali, gastronomici..
Scopro con disicanto che la concha non é un granché...un sapore un po’ amarognolo, una consistenza fastidiosa...
"c'è qualcosa di meglio nella vita che difendere delle idee. è trovarne delle giuste" (Italo Calvino)
(...continua...)