25 marzo 2008

frammenti da un' altra vita

[...] a quel punto avrebbe solo dovuto aspettare.

Aveva passato tutto il pomeriggio a pensare, completamente alienato, indifferente al luogo, al tempo ed alle persone.

Aveva eseguito meccanicamente tutte le semplici azioni della giornata: portare del cibo alla bocca, lavarsi, riordinare i vestiti, salire sull' autobus, camminare.

Non aveva trovato nulla da ridire su nessuna delle proposte dei suoi compagni di viaggio, forse non le aveva semplicemente ascoltate. Muoveva la testa impercettibilmente su e giù a qualsiasi domanda, solo a volte accompagnava il gesto con una leggera vibrazione delle corde vocali.

Pensava solo a quel momento, quella sera. Ogni attimo.

Tutto il pensiero concentrato sul suo sforzo, perché quello sarebbe stato indispensabile per scatenare una imprevedibile sequenza di eventi. Il risultato finale era impossibile da pronosticare.

Ma fra gli scenari possibili c' era quello perfetto, quello che faceva fatica a ricostruire con un' immagine mentale chiara e definita. L' emozione che generava la offuscava allo stesso tempo.

Le emozioni sono più forti nell' attesa, nell' incertezza, nell' intravedere, nello sperare.

Nell' immagine fugace che riusciva a ricreare solo alcuni particolari erano distinguibili: un angolo del viso, una ciocca di capelli, palpebre che sbattono rapidamente a chiudersi lasciando intuire un colore. Le labbra.

Quasi nulla dell' ambiente circostante, solo la sensazione, quasi una certezza, che ci sia il mare.

Avrebbe aspettato il momento, un attimo di silenzio rotto solo dall' infrangersi delle onde sugli scogli.

Quel suono ritmico e regolare avrebbe cullato le emozioni descrivendo movimenti sempre più ampi, sempre più distanti dal centro, lo avrebbero poi stordito con un vortice velocissimo. Alla fine, l' ultima onda avrebbe fatto tracimare tutto. Le parole sarebbero uscite da sole.

Si sarebbe ritrovato stanco, debolissimo, devastato dallo sforzo anche solo dopo aver parlato per qualche secondo. Parole come macigni, trascinati su una mulattiera di montagna.

Ma alla fine si sarebbe trovato sulla cima, avrebbe fatto rotolare le parole quel tanto che basta per farle cadere dal lato opposto, in balia della discesa. E lui con loro, accecato, senza capire se stava volando o precipitando

Quello era il momento che stava pregustando. Ormai da molte ore.

Il sapore dell' attesa: la propria parte è conclusa e si è chiusa la porta ai rimpianti.

Uscire di scena, scendere le scale del palcoscenico e sedersi in platea.

Solo aspettare, vedere cosa succede.


11 marzo 2008

Pollo

Ritornato a Quito, sto smaltendo le conseguenze dell' essere tornato a 3000 m dopo tre settimane in infradito e costume.
Mentre rimurgino su come raccontare la vita su un isola di pochi pescatori, molte mangrovie e miliardi di zanzare, inizio a raccontare un frammento dell' ultimo giorno passato laggiú.

É venerdí mattina, ho piú o meno finito di raccogliere informazioni sull' associazione di pescatori che vivono qua e l' unico progetto che ho per la giornata é passare dal letto all' amaca e dedicarmi alla lettura de "historia dell' alquimia", un trattato ritrovato roccambolescamente sull' isola.
Tre bambini mi si avvicinano piuttosto concitati.
In tre settimane avevano preso molta confidenza con me i bambini dell' isola, gli ultimi giorni ne avevo sempre 5 o 6 come scorta personale.
Alla fine avevo una relazione utilitaristica con i bambini: quando non sapevo cosa fare andavo a giocare con loro, cos¡, per passare il tempo. Ricordo un memorabile gol da fuori area con in porta un bambino di sei anni.
-Señor, señor- mi chiamano.
Io distolgo lo sguardo svogliato da libro, sto leggendo la storia di Paracelso e non ho nessuna intenzione di giocare con loro.
Mi raccontano che c' é un animale grosso nella secca dell' estuario, apparso con la bassa marea, lo chiamano con una parola che non conosco e che ho giá dimenticato. Mi chiedono se voglio vederlo, cosí, per fare qualche foto...
Bene, sono riusciti ad incuriosirmi. Con Paracelso ci parleró al pomeriggio.
Pochi passi sulla spiaggia, il latrare di un cane sempre piú vicino.
In mezzo al fango, di fianco ad alcuni germogli di mangrovie, una iguana lunga circa un metro.
Il cane cerca di avvicinarsi, ma l' iguana, apparentemente immobile, si produce repentinamente in una scodata che quasi ferisce il piccolo Centavo (Centesimo, il nome del meticcio).
Rimango in contemplazione di quest' animale che si muove al rallentatore sulle zampe, non cerca di scappare e mantiene il pericolo a distanza di sicurezza con la coda.
Molto affascinante.

Le iguane non hanno praticamente subito nessuna evoluzione nelle ere geologiche, animali che sanno di preistoria.
Mi chiedo perché rimane lí immobile, nonostante la compagnia del cane non sembri molto piacevole.
Dopo capisco.
Non ha fretta.

Nel giro di tre - quattro ore la marea salirá, il cane sará costretto a ritornare sulla sottile lingua di spiaggia e l' iguana potrá nuotare indisturbata verso l' estuario..
I bambini mi raccontano che i pescatori dell' isola, quando si trovano davanti ad un iguana, la catturano per cucinarla.
-Che sapore ha?- chiedo
-É buonissima- mi risponde il piú grande, - Sa di pollo fritto -.
Mi rimbalza nella mente una frase di un celebre blockbuster di qualche anno fa:

"Adoro gli orocereal, anche se il loro sapore mi ricorda vagamente quello del pollo. Guardacaso oggi molte cose sanno di pollo.E se le macchine avessero sbagliato?" (Matrix)