13 febbraio 2008

Muisne /4 - Bolivar


Al villaggio di Bolivar, uno dei piú grandi del canton Muisne, ci si puó arrivare in autobus o in barca. Il primo sistema é piú economico, il biglietto vale meno di un dollaro, ma terribilmente scomodo. In autubus si rimane seduti una mezz’ ora, ci vuole poi un’ altra ora a piedi per arrivare alle prime palafitte.

Con quaranta minuti di barca invece si arriva direttamente al porticciolo, tre assi di legno gettate sulla spiaggia giusto per non affondare i piedi nel fango.

La comunitá di Bolivar non si trova nell’ estuario del Rio Muisne, ma in quello di un fiume piú grande che scorre qualche chilometro piú a sud. Non si puó, insomma, prendere una barca e scivolare dolcemente sulle immobili acque fluviali ma bisogna uscire in mare aperto, percorrere un buon tratto di Pacifico e poi rientrare nell’ altro estuario.

Ed il pacifico é sempre un po’ incazzato, specie nei punti dove sfociano i fiumi.

Ci affidiamo a Ramon, lo scafista dell’ associazione, un uomo di cui non so praticamente nulla ma in cui devo confidare ciecamente. Mi aggrappo alla profonditá delle rughe sul suo volto: si capisce subito che ha passato piú tempo su una barca che sulla terraferma.

Un giubbotto di salvataggio comunque non guasta.

Dopo circa un’ ora di sballottamenti, salti, schizzi, risate e sospiri arrivo completamente fradicio a Bolivar. La prima persona con cui parlo é una signora di circa 45 anni e che mi offre una cocada, un dolce tipico di questa parte della costa equatoriana, fatto di cocco, zucchero e cannella.

Buonissimo, e pensare che ho sempre odiato il cocco.

Mangio la cocada con gusto, anzi ne prendo un’ altra sia per golositá sia per avere un pretesto con cui iniziare a parlare con Maria, perché, a pelle, mi sembra una persona speciale..

Mentre camminiamo in direzione del suo campo, oltre il fiume, sulle prime collinette dove la terra é terra e non fango, incontriamo altre donne. - Loro lavorano per i camaroneros – mi sussurra Maria.

- Fanno un lavoro umiliante : puliscono le piscine per l’ allevamento dei gamberetti, immerse nel fango nerastro, contaminato e maleodorante. Lavorano solo due giorni alla settimana e guadagnano 5 dollari -.

Una miseria.

Maria sembra arrabbiata con loro, racconta che alcune persone del villaggio hanno dimenticato come fosse la vita prima dell’ arrivo dei camaroneros e accettano la situazione attuale: oggi lavorare per un’ industria camaronera é uno dei pochi lavori possibili, una delle poche possibilità di guadagnare qualche dollaro.

Ma come si fa a vivere con 5 dollari alla settimana?

Maria continua a ricordare.

- Quando al posto delle piscine di allevamento c’ erano le mangrovie la gente di Bolivar poteva andare a raccoglire conchas fra le radici delle piante. In una giornata di lavoro una donna e i suoi figli potevano trovarne anche anche mille. Sul mercato si possono vendere a 6 dollari ogni 100 conchas. Quelle di questa zona sono considerate le migliori conchas dell’ ecuador e a Quito il prezzo arriva a venti dollari.

C’ era lavoro per tutti e soldi per tutti.

I Camaroneros hanno rubato tutto questo, hanno portato via terre illegalmente, distrutto tutto il bosco e non hanno scucito un dollaro. Maria non capisce come ci si possa dimenticare di questo.

Dopo una quarantina di minuti a piedi arriviamo al campo.

Maria vive qua con suo marito, un signore piú anziano di lei che compare dal fondo del terreno, sorridente e con in mano un machete di mezzo metro

Mi chiede di scattare una foto mentre raccoglie una papaya da un albero di cui va particolarmente orgoglioso.

Maria mi porta a vedere le piante che coltivano. Scopro che praticano una forma istintiva di agricoltura sostenibile, biologica e biodiversa che nasce dalla semplice necessitá di sopravvivere. Senza il filtro della scelta politica e alternativa che questo comporta in occidente.

Nel suo campo non ci sono due piante uguali.

Mi racconta che lei e la sua famiglia hanno bisogno di tante cose per vivere e quindi tante cose ha piantato. Un monocoltivo classico non le sarebbe servito a nulla.

Dal suo terreno ottiene molte varietá di cibo, tanti frutti diversi, materiale per costruire e sistemare la capanna dove vive. Da alcune piante estrae oli essenziali, medicine e repellenti contro gli insetti. Le galline vagano libere per il campo e le assicurano le uova. L’ unico problema é che le depongono dove capita e bisogna poi cercarle.

Se avanza qualcosa dalla produzione, lo vende e col ricavato compra penne e quaderni per i suoi figli che vanno a scuola.
Ma se fosse solo per me – mi confessa- potrei tranquillamente vivere solo di raccolta.

Mi annoto alcuni nomi di piante sul quadernino: tangares, calade, cedro amargo, nacedera, ovo, guayaba, maracuja, piña, papaya, platano, banano, coco, bimbe, yuca, camote, zapallo...e mille altri che non faccio tempo a scrivere.

Bisogna rimettersi in viaggio: la riunione con la gente del villaggio inizia fra poco, per la prima volta proporremo loro di partecipare al progetto di turismo comunitario

Al ritorno metto il quadernino in tasca. Camminiamo lentamente verso il villaggio mentre il sole scende sulle piscine industriali. Ascolto Maria raccontare della sua terra prima del disastro e lascio che le sue parole evochino nei miei pensieri l’ idea di paradiso.

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