La mattina dopo ci aspettano due giornaliste svedesi che vogliono scrivere un articolo sulla devastazione dell’ ecosistema provocata dalla produzione industriale di gamberetti.
Prendiamo un barchetta da sei posti e scivoliamo sul rio Muisne fiume fino alla comunitá di Las Manchas, un villaggio di poche palafitte incastrato fra l’ oceano e il bosco di mangrovie.
La comunitá partecipa ai progetti di turismo comunitario: i ragazzi di qua sono concheros (ossia raccolgono “conchas” una specie simile ad una grande vongola che cresce nel fango fra le radici delle mangrovie).
E continuano a fare i concheros, solo mentre lavorano insegnano a farlo anche ai turisti.
Non abbandonano le loro attivitá tradizionali e familiari per diventare operatori turistici, semplicemente fanno partecipare i turisti alle loro attivitá. Quattro ragazzini, tutti fratelli, salgono assieme a noi sulla barca, alla ricerca di un luogo dove andare a conchare.
Troviamo un spazio un po’ aperto fra le mangrovie e ci avviciniamo il piú possibile con la barchetta. Raggiungere la riva non sembra essere molto facile ma vince la curiositá e mi infilo gli stivali di gomma. Scendo dalla prua e mi ritrovo nel fango fino alla cintura, completamente bloccato...
Raggiungo a fatica un ramo sporgente e mi ci appiglio riuscendo poco a poco a tirarmi a riva. Non ché lá il terreno sia piú stabile, sempre di fango si tratta, ma almeno ci sono le mangrovie a cui aggrapparsi.
Getto le mani nel fango ed inizio a scavare, con le dita sposto le radichette delle mangrovie ma......niente! Riprovo mezzo in metro piú in lá ed ancora nulla...vado avanti per tentativi per un altri quaranta venti minuti e rimedio solo una misera almeja, una vongolina.
Intanto i ragazzini della comunitá hanno giá raccolto una decina di conchas.
Beto, il piú grande, mi chiama. Lo raggiungo, é vicinissimo a me e mi indica una culebra, un serpente abbastanza mortale che vive nel fango e che in esso si nasconde perfettamente essendo dello stesso colore.
Penso al fascino del mimetismo. Penso che ho passato la ultima mezz’ ora con le mani nel fango. Penso che esiste anche il pez-sapo, un pesce altrettanto amante del mimetismo nel fango. Anche i suoi aculei non sono piacevoli.
Penso che l’ interculturalitá e l’ integrazione siano grandi cose ma in fondo cosi puo bastare. Me ne torno sulla barchetta.
Ci aspetta un pranzo a base di concha nella mensa del villaggio di Las Manchas.
Il ristorantino é stato costruito da poco dalla comunitá con l’ aiuto di Fundecol, a gestirlo un gruppo di donne del villaggio. I turisti possono in questo modo assaggiare le prelibatezze della cucina locale, preparate non da cuoche professioniste al soldo di un agenzia turistica ma da donne che da sempre cucinano per gli altri abitanti del villaggio. Durante il pranzo scopro un fatto potenzialmente destabilizzante per il mio lavoro. Negli ultimi giorni ho gridato a squarciagloa “viva la concha” perché la concha é il simbolo della battaglia in difesa delle mangrovie e delle comunitá. La concha é uno dei piatti tradizionali, la principale fonte di proteine per i popoli del manglar, la moneta di scambio con cui avere accesso ad altri beni.
La perdita di grandi quantitá di concha, ormai sempre piú difficile da trovare, é uno degli effetti piú tangibili della deforestazione provocata dall’ industria dei gamberetti. La concha é un simbolo carico di significati culturali, storici,ambientali, gastronomici..
Scopro con disicanto che la concha non é un granché...un sapore un po’ amarognolo, una consistenza fastidiosa...
"c'è qualcosa di meglio nella vita che difendere delle idee. è trovarne delle giuste" (Italo Calvino)
(...continua...)
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