All’ uscita dalla caverna non c’ é piú tempo per parlare di sciamanismo, liane e spiriti: il sole fra poco si spegnerá. Sulla linea equatoriale, sulla stessa linea che c’ è sotto i miei piedi, il tramonto non lascia molto spazio al romanticismo: in due minuti il sole é giá sotto l’ orizzonte, a buttare giú dal letto neozelandesi e australiani.
Non so quante sere ho passato in spiaggia a Muisne cercando di assaporare un tramonto sull’ Oceano Pacifico. Alla fine ho dovuto desistere. Sulla costa c’ é sempre una striscia di nuvole subito sopra l’ acqua del mare ed il sole é costretto a tuffarsi nel vapore acqueo piuttosto che nell’ acqua liquida. Mi consolo con il fatto che non sarebbe stato uno spettacolo molto lungo, un tuffo e niente piú.
Tutto sommato preferisco perdermi il tramonto e ringraziare le nuvole perché esistono. Sulla costa, all’ equatore, se ci fossero giornate limpide e terse con il sole ben rotondo nel cielo non si potrebbe sopravvivere..
Ma non c’ è tempo per ricordare, se il sole si spegne mentre sono ancora in mezzo alla selva sarebbe piuttosto difficile ritrovare Machakuyaku.
A proposito: Machakuyaku é una parola kichwa, una parola composta da Machaku, serpente, e yaku, acqua. Ci sono due versioni del perché la comunitá prenda questo nome, entrambe legate all’ esistenza di un torrente a pochi passi dal nucleo delle tre case abitate.
La prima versione racconta che tale torrente sia popolato, o almeno lo sia stato in passato, di serpenti d’ acqua dolce sulla cui pericolosità preferisco non indagare, la seconda è invece legata alla forma del torrente che si è scavato un percorso ben curvilineo fra le rocce. A dire la verità la seconda versione me la sono quasi inventata io, per avere qualcosa di più tranquillizzante a cui credere e potermi permettere un bagno ristoratore alla fine della scarpinata nella selva. Sta di fatto che Javier non proferisce parola quando mi vede col costume in mano. Io lo prendo come un “tranquillo non c’ è nessun pericolo” e mi getto in acqua.
Esco ed è già buio.
É notte, é la notte dell’ ultimo dell’ anno.Devo un attimo focalizzare l’ attenzione su questo punto, per uscire dall’ ennesimo cortocircuito mentale di questi giorni.
“É buio, é la notte dell’ ultimo dell’ anno, e tu sei in una comunitá kichwa di poche anime, bagnato, in costume da bagno, con le zanzare che iniziano decisamente a puntare la tua pelle morbida da occidentale. Niente luce, niente acqua potabile. E niente calzini di ricambio, cazzo.”
Mi lascio andare ad un secondo di banalitá sul fatto che un anno fa, sul Lago Maggiore, mai avrei pensato di ritrovarmi qua oggi..poi mi passa. Vado ad asciugarmi, sempre che al buio riesca a trovare la strada verso la capanna..
Al centro del villaggio, intanto, sono arrivate anche le famiglie della comunitá che vivono piú isolate nella foresta. É quello che avrebbero voluto i conquistadores spagnoli: il “centro del villaggio” è una loro invenzione, un sistema per tenere sotto controllo il popolo oppresso. Le famiglie indigene, prima dell' arrivo degli spagnoli, vivevano sparpagliate nella foresta. Esisteva sí la comunitá ed il senso di appartenenza ad essa, senza che peró questo avesse un riscontro urbanistico in una piazza, un centro, una casa comune.
La sera dell' ultimo dell' anno é un motivo di incontro per famiglie che vivono distanti piú di un ora di cammino nella selva, un momento di condivisione nel quale io non ho la piú pallida idea di
come possa integrarmi, credo sia impossibile e credo sia anche giusto che rimanga impossibile.
Mentre cammino verso il centro, verso l' unica casa in muratura che serve come luogo di riunione, da lontano sento un rumore familiare: aspirazione, compressione, scoppio, scarico, aspirazione, compressione , scoppio, scarico.....un motore!
Il sentiero risale un dosso e all' orizzonte vedo una luce....come una stella cometa per arrivare alla festa. Un generatore, un cavo elettrico, un filo di tungsteno incandescente...la luce elettrica è l' unico cambiamento estetico di Machakuyaku per la notte di capodanno; una singola lampadina potrà almeno permettermi di vedere in volto le persone con cui sto cambiando anno.
Durante tutta questa giornata, una giornata lunghissima iniziata all' alba, una giornata diventata ancora più lunga nei racconti, ho ascoltato imprecisati esplosioni provenire dal centro della comunità. Finalmente stasera scopro di cosa si tratta e contemporaneamente scopro un facile metodo di integrazione con alcuni membri della comunità. Non si tratta dell' alcool come verrebbe facile pensare. Si tratta di giocare, giocare con i bambini. Un metodo diretto per superare le barriere culturali e sociali, più diretto dell' alcool che solo ne rappresenterebbe un momentaneo abbassamento. I bambini, in nessuna parte del mondo, si dedicano alla costruzione di tali muraglie.
Sono una decina, vicino ad un falò. Hanno una canna di bambù lunga circa un metro con solo una estremità aperta, e un incisione a mezzaluna a pochi centimetri dal lato chiuso. Uno dei bambini si occupa di versare una piccola quantità di gasolio nella fenditura, un altro, inginocchiato per terra soffia in essa a più non posso, per volatizzare la miscela. Un terzo bambino accorre dal falò con un tizzone ed incendia i vapori di gasolio.. eee... Buuuum!
Artigianale, insicuro, pericoloso e decisamente rumoroso...un autentico botto di capodanno, insomma.
Lasciatemi provare, dico. Con un amico compagno di viaggio ci spartiamo i ruoli, io soffio lui incendia. Mentre ricarico i polmoni fra un soffio e l' altro i vapori di gasolio mi danno un po' alla testa, penso a quanto si stiano bruciando questi bambini che non fanno altro da ore ed ore ma non desisto, prendo fiato e soffio ancora..
Arriva il tizzone eeeee...nulla! Un misero scoppio soffocato, rinsaccato nel bambù...i bambini ridono e ci prendono un po' in giro...io sorrido amaro...altro gasolio, soffio ancora più forte, mi gira la testa ma continuo, arriva il tizzone eee BUM!
Un bello scoppio degno di quelli dei bambini, rido e mi applaudo da solo, contento del rumore prodotto come se fossi un bambino....esatto, un bambino come loro....e mi sento già un po' più integrato nella comunitá.
Inizia ufficialmente la festa, l' ufficialità è forse la caratteristica principale della serata giacché uno dei membri del villaggio, colui che di solito riceve i forestieri, impugna un cronogramma rigido delle attività che si svolgeranno fino a mezzanotte.
Punto uno -esclama- : “presentazione”
"Hola soy marco, soy italiano..bla bla bla".
Punto due -continua-: “saluto della comunità”
"Hooola marco!"
Punto tre.....e così via...
I punti salienti sono un concertino di musica kichwa, la rievocazione di un matrimonio secondo la antica tradizione (un curioso balletto in cui gli sposi si avvicinano e allontanano saltellando fino a culminare nello scambio del cappello, di baciarsi nemmeno se ne parla) e una danza con gesti che rimandano al lavoro quotidiano delle donne della comunità.
Ma io e miei compagni di viaggio non rimaniamo a guardare come spettatori inerti, chiediamo la chitarra, un minuto di assemblea per trovare un accordo musicale e poi a squarciagola “bella ciao”..
Ne approfitto pure per spiegare le origini della canzone alla comunità di Machakuyaku, dodicimila chilometri di distanza dall' Italia, niente tv, niente radio, niente giornali, niente luce elettrica, niente acqua potabile. Non so bene cosa abbiamo capito del mio piccolo riassunto sulla resistenza partigiana....
E come non approfittare dell' atmosfera appena creatasi per tirare fuori dallo zainetto quattro bottiglie di vino rosso? Un cabernet cileno neanche troppo cattivo, riempio qualche bicchiere e lo faccio circolare fra i miei insoliti compagni di festa di capodanno..
La serata si conclude con una cerimonia non prettamente kichwa ma tipicamente ecuadoriana: viene bruciato un fantoccio di paglia e vecchi vestiti, come uno spaventapasseri, che rappresenta il vecchio anno che se ne va.
Si brinda al nuovo a sorsi di chicha, una bevanda leggermente alcolica e piuttosto acidula a base di yucca fermentata. Sono le donne della comunità a prepararla, la tradizione vuole che la fermentazione sia indotta dalla saliva, ed infatti la yucca veniva prima masticata e sputata e poi lasciata fermentare.
Un ottimo metodo di trasmissione della tubercolosi.
Ancora in molte parti dell' Amazzonia è questo il modo in cui viene preparata la chicha, ma qua a Machakuyaku, fortunatamente, la saliva è stata sostituita dal camote, un piccolo tubero dal vago sapore di castagna.
Sono stanco morto, non sarà neppure l' una ma mi sembra di essere in piedi da un mese, mentre mi dirigo verso la capanna. Niente stella cometa, niente luce, trovare la strada sarà un avventura. Cado un paio di volte sulle rocce umide e scivolose, tentenno nel fango, mi chiedo se stia andando nella giusta direzione..
E non posso fare a meno di pensare alle famiglie che vivono isolate nella foresta, a più di un ora di cammino. Loro come faranno?
La mattina dopo, all' alba, mentre con lo zaino in spalla riprendo il cammino, ripasso davanti alla casetta in muratura. Alcuni indigeni dormono in mezzo al prato, altri sui gradini di una capanna, qualcuno è ancora sveglio e mi saluta.
Ora capisco...bastava non tornare...
(...fine..)