31 gennaio 2008

Muisne /1 - Megafono

Arriviamo a Muisne alle tre di notte. Scendo dall’ autobus e subito mi accorgo di un problema imminente: Muisne é un isola , ed in quanto tale non é cosí facile da raggiungere a piedi.

Ed alle tre di notte di barchette che fanno la spola non ce ne sono molte....

Ritorna cosi utile il megafono che ci era servito nella manifestazione di Montecristi, l’ avvocata della mia ong grida un appello all’ aria: “un lanchero por favor..”

Dopo qualche minuto arriva una canoa in malarnese, lunga e stretta stretta.

Ci saliamo in quattro ma dobbiamo rannicchiarci per abbassare il baricentro altrimenti alla prima onda siamo in mare. La canoa imbarca acqua poco a poco ma alla fine riesce ad approdare all’ altra sponda, spinta solo dalle pagaiate di un ragazzino che si fa il mazzo per mezzo dollaro.

La mattina dopo ho appuntamento col mio capo Carlitos. Ci vediamo in spiaggia ed lo troviamo di fianco a tre cavalli legati ad una palma da cocco.

Dobbiamo battezzare una delle proposte di turismo comunitario che si aggiungeranno alle idee giá esistenti e giá sfruttabili dai turisti. Una passeggiata a cavallo sul bagnasciuga cullati dal incedere ritmato del ronzino e dal rompersi delle onde. É una proposta di turismo comunitario: i cavalli appartengono al villaggio di Bellavista, a mezzora di cammino da Muisne, ed il loro affitto ai turisti é una forma di ingresso monetario addizionale.

La prova va abbastanza bene, certo un cavallo non é un automobile e per farsi portare dove si vuole é necessario comandarlo. Stabilire dei rapporti di dominanza con altri esseri viventi non é esattamente una cosa per la quale sono portato. Cerco di convincere il cavallo con qualche parolina nelle orecchie ed un paio di carezze, ma ad un certo punto lui si stanca di camminare sulla battigia e curva decisamente verso l’ interno dell’ isola.

Giusto cosí: lui sa che quella é la strada piú corta per arrivare alla nostra meta. Ma adesso come glielo spiego che voglio fare il giro lungo sulla spiaggia solo per godermi il panorama...

E allora si rompano gli indugi, un paio di frustatine, due tallonate e si recupera la strada maestra...

Proporró a Carlito di trovare qualcuno che accompagni i turisti a piedi o in bici, nel caso un cavallo voglia, giustamente, farsi un po’ i cazzi suoi..


Arriviamo alla comunitá di Bellavista, un sentierino verdeggiante passa in mezzo a palafitte di legno ben curate e con rigogliosi giardini di palme di cocco. Immancabili, ovviamente, numerose amache stese da una pianta all’ altra.

Si apre uno spazio fra due case: in una piccola spiaggia una quindicina di bambini si tuffano nel fiume e si schizzano acqua.

Conosco Willie, un abitante del villaggio sulla quarantina con il quale mi fermo a mangiare e a scambiare due chiacchere. Prima di raggiungermi a tavola si arrampica su una palma di una decina di metri con una agilitá impressionante e con il macete taglia un paio di frutti. Mi racconta che qua crescono varie qualitá di cocco, ognuna con diverse proprietá benefiche per il corpo, i reni , lo stomaco...accenna anche al leggendario “coco loco” .Si preparara aprendo un minuscolo buco nel cocco dal quale far uscire il latte e poi si torna a riempirlo con lo stesso latte mescolato ad alcool zucchero ed una miscela di spezie. Infine lo si sotterra per sei mesi, una vera prelibatezza –dicono.

Torniamo a Muisne che é giá quasi sera, é sabato e si va al Quilombo. Un localino gestito da Edison che é anche il tuttofare dell’ associazione di cui faccio parte. Lo aprí con l’ idea di promuovera la musica negra di queste parti, la marimba insieme con salsa e merengue per conservare le tradizioni e non lasaciar che si perdano fra hiphop e reggetton..

Io bevo qualche birra, cerco di stordirmi per non pensare che la musica latinoamericana non mi é mai piaciuta e per farmi entrare in testa il ritmo, osservo i movimenti della gente e capisco che ci vorrá un po’ di tempo e pratica ma imparare a ballare é possibile.

Il ritmo rallenta e dalla impossibile salsa si passa al merengue...chiedo ad Andrea se vuole ballare ed insegnarmi un po’. Andrea é una ragazza che lavora con noi, é negra ed ovviamente spettacolare, tanto che faccio un attimo fatica a concenrarmi sui passi...alla fine non imparo un mazza ma tant’ è...

Ci aspettano ben quattro ore di sonno perché domani abbiamo appuntamento alle 8, ma l’ irriducibile Carlito, sempre il mio capo quarantenne, bello gonfio di birra, propone di continuare la festa in spiaggia con un faló...la gente all’ inizio ci crede, qualcuno lo segue, in realtá pure io mi aggrego ma alla fine tutto sfuma...

(...continua...)

Ritrovamenti

Inizio a trascrivere qualche parte del diario dei primi giorni in Ecuador, ho ritrovato gli appunti sull' arrivo a Muisne..
Era inizio dicembre e nei giorni precedenti ero stato a Montecristi, un paesino della costa manabita, a sud della provincia di Esmeraldas, ad una decina di ore di autobus da Quito. Montecristi é il luogo in cui si sta svolgendo il processo di riscrittura della costituzione ecuadoriana. Con la mia ong eravamo andati a reclamare una maggiore attenzione per i problemi ambientali, finora piuttosto dimenticati dal governo Correa. Sull' assemblea costituzionale, sulla situzione ambientale in Ecuador ed in particolare sui problemi della costa, dovrei, prima o poi scrivere qualcosa....

29 gennaio 2008

Cortocircuito /4 - Luce elettrica

All’ uscita dalla caverna non c’ é piú tempo per parlare di sciamanismo, liane e spiriti: il sole fra poco si spegnerá. Sulla linea equatoriale, sulla stessa linea che c’ è sotto i miei piedi, il tramonto non lascia molto spazio al romanticismo: in due minuti il sole é giá sotto l’ orizzonte, a buttare giú dal letto neozelandesi e australiani.


Non so quante sere ho passato in spiaggia a Muisne cercando di assaporare un tramonto sull’ Oceano Pacifico. Alla fine ho dovuto desistere. Sulla costa c’ é sempre una striscia di nuvole subito sopra l’ acqua del mare ed il sole é costretto a tuffarsi nel vapore acqueo piuttosto che nell’ acqua liquida. Mi consolo con il fatto che non sarebbe stato uno spettacolo molto lungo, un tuffo e niente piú.


Tutto sommato preferisco perdermi il tramonto e ringraziare le nuvole perché esistono. Sulla costa, all’ equatore, se ci fossero giornate limpide e terse con il sole ben rotondo nel cielo non si potrebbe sopravvivere..


Ma non c’ è tempo per ricordare, se il sole si spegne mentre sono ancora in mezzo alla selva sarebbe piuttosto difficile ritrovare Machakuyaku.


A proposito: Machakuyaku é una parola kichwa, una parola composta da Machaku, serpente, e yaku, acqua. Ci sono due versioni del perché la comunitá prenda questo nome, entrambe legate all’ esistenza di un torrente a pochi passi dal nucleo delle tre case abitate.


La prima versione racconta che tale torrente sia popolato, o almeno lo sia stato in passato, di serpenti d’ acqua dolce sulla cui pericolosità preferisco non indagare, la seconda è invece legata alla forma del torrente che si è scavato un percorso ben curvilineo fra le rocce. A dire la verità la seconda versione me la sono quasi inventata io, per avere qualcosa di più tranquillizzante a cui credere e potermi permettere un bagno ristoratore alla fine della scarpinata nella selva. Sta di fatto che Javier non proferisce parola quando mi vede col costume in mano. Io lo prendo come un “tranquillo non c’ è nessun pericolo” e mi getto in acqua.


Esco ed è già buio.


É notte, é la notte dell’ ultimo dell’ anno.Devo un attimo focalizzare l’ attenzione su questo punto, per uscire dall’ ennesimo cortocircuito mentale di questi giorni.


É buio, é la notte dell’ ultimo dell’ anno, e tu sei in una comunitá kichwa di poche anime, bagnato, in costume da bagno, con le zanzare che iniziano decisamente a puntare la tua pelle morbida da occidentale. Niente luce, niente acqua potabile. E niente calzini di ricambio, cazzo.”


Mi lascio andare ad un secondo di banalitá sul fatto che un anno fa, sul Lago Maggiore, mai avrei pensato di ritrovarmi qua oggi..poi mi passa. Vado ad asciugarmi, sempre che al buio riesca a trovare la strada verso la capanna..


Al centro del villaggio, intanto, sono arrivate anche le famiglie della comunitá che vivono piú isolate nella foresta. É quello che avrebbero voluto i conquistadores spagnoli: il “centro del villaggio” è una loro invenzione, un sistema per tenere sotto controllo il popolo oppresso. Le famiglie indigene, prima dell' arrivo degli spagnoli, vivevano sparpagliate nella foresta. Esisteva sí la comunitá ed il senso di appartenenza ad essa, senza che peró questo avesse un riscontro urbanistico in una piazza, un centro, una casa comune.


La sera dell' ultimo dell' anno é un motivo di incontro per famiglie che vivono distanti piú di un ora di cammino nella selva, un momento di condivisione nel quale io non ho la piú pallida idea di
come possa integrarmi, credo sia impossibile e credo sia anche giusto che rimanga impossibile.


Mentre cammino verso il centro, verso l' unica casa in muratura che serve come luogo di riunione, da lontano sento un rumore familiare: aspirazione, compressione, scoppio, scarico, aspirazione, compressione , scoppio, scarico.....un motore!


Il sentiero risale un dosso e all' orizzonte vedo una luce....come una stella cometa per arrivare alla festa. Un generatore, un cavo elettrico, un filo di tungsteno incandescente...la luce elettrica è l' unico cambiamento estetico di Machakuyaku per la notte di capodanno; una singola lampadina potrà almeno permettermi di vedere in volto le persone con cui sto cambiando anno.


Durante tutta questa giornata, una giornata lunghissima iniziata all' alba, una giornata diventata ancora più lunga nei racconti, ho ascoltato imprecisati esplosioni provenire dal centro della comunità. Finalmente stasera scopro di cosa si tratta e contemporaneamente scopro un facile metodo di integrazione con alcuni membri della comunità. Non si tratta dell' alcool come verrebbe facile pensare. Si tratta di giocare, giocare con i bambini. Un metodo diretto per superare le barriere culturali e sociali, più diretto dell' alcool che solo ne rappresenterebbe un momentaneo abbassamento. I bambini, in nessuna parte del mondo, si dedicano alla costruzione di tali muraglie.


Sono una decina, vicino ad un falò. Hanno una canna di bambù lunga circa un metro con solo una estremità aperta, e un incisione a mezzaluna a pochi centimetri dal lato chiuso. Uno dei bambini si occupa di versare una piccola quantità di gasolio nella fenditura, un altro, inginocchiato per terra soffia in essa a più non posso, per volatizzare la miscela. Un terzo bambino accorre dal falò con un tizzone ed incendia i vapori di gasolio.. eee... Buuuum!


Artigianale, insicuro, pericoloso e decisamente rumoroso...un autentico botto di capodanno, insomma.


Lasciatemi provare, dico. Con un amico compagno di viaggio ci spartiamo i ruoli, io soffio lui incendia. Mentre ricarico i polmoni fra un soffio e l' altro i vapori di gasolio mi danno un po' alla testa, penso a quanto si stiano bruciando questi bambini che non fanno altro da ore ed ore ma non desisto, prendo fiato e soffio ancora..


Arriva il tizzone eeeee...nulla! Un misero scoppio soffocato, rinsaccato nel bambù...i bambini ridono e ci prendono un po' in giro...io sorrido amaro...altro gasolio, soffio ancora più forte, mi gira la testa ma continuo, arriva il tizzone eee BUM!


Un bello scoppio degno di quelli dei bambini, rido e mi applaudo da solo, contento del rumore prodotto come se fossi un bambino....esatto, un bambino come loro....e mi sento già un po' più integrato nella comunitá.


Inizia ufficialmente la festa, l' ufficialità è forse la caratteristica principale della serata giacché uno dei membri del villaggio, colui che di solito riceve i forestieri, impugna un cronogramma rigido delle attività che si svolgeranno fino a mezzanotte.

Punto uno -esclama- : “presentazione”

"Hola soy marco, soy italiano..bla bla bla".

Punto due -continua-: “saluto della comunità”

"Hooola marco!"

Punto tre.....e così via...

I punti salienti sono un concertino di musica kichwa, la rievocazione di un matrimonio secondo la antica tradizione (un curioso balletto in cui gli sposi si avvicinano e allontanano saltellando fino a culminare nello scambio del cappello, di baciarsi nemmeno se ne parla) e una danza con gesti che rimandano al lavoro quotidiano delle donne della comunità.

Ma io e miei compagni di viaggio non rimaniamo a guardare come spettatori inerti, chiediamo la chitarra, un minuto di assemblea per trovare un accordo musicale e poi a squarciagola “bella ciao”..

Ne approfitto pure per spiegare le origini della canzone alla comunità di Machakuyaku, dodicimila chilometri di distanza dall' Italia, niente tv, niente radio, niente giornali, niente luce elettrica, niente acqua potabile. Non so bene cosa abbiamo capito del mio piccolo riassunto sulla resistenza partigiana....

E come non approfittare dell' atmosfera appena creatasi per tirare fuori dallo zainetto quattro bottiglie di vino rosso? Un cabernet cileno neanche troppo cattivo, riempio qualche bicchiere e lo faccio circolare fra i miei insoliti compagni di festa di capodanno..

La serata si conclude con una cerimonia non prettamente kichwa ma tipicamente ecuadoriana: viene bruciato un fantoccio di paglia e vecchi vestiti, come uno spaventapasseri, che rappresenta il vecchio anno che se ne va.

Si brinda al nuovo a sorsi di chicha, una bevanda leggermente alcolica e piuttosto acidula a base di yucca fermentata. Sono le donne della comunità a prepararla, la tradizione vuole che la fermentazione sia indotta dalla saliva, ed infatti la yucca veniva prima masticata e sputata e poi lasciata fermentare.

Un ottimo metodo di trasmissione della tubercolosi.

Ancora in molte parti dell' Amazzonia è questo il modo in cui viene preparata la chicha, ma qua a Machakuyaku, fortunatamente, la saliva è stata sostituita dal camote, un piccolo tubero dal vago sapore di castagna.

Sono stanco morto, non sarà neppure l' una ma mi sembra di essere in piedi da un mese, mentre mi dirigo verso la capanna. Niente stella cometa, niente luce, trovare la strada sarà un avventura. Cado un paio di volte sulle rocce umide e scivolose, tentenno nel fango, mi chiedo se stia andando nella giusta direzione..

E non posso fare a meno di pensare alle famiglie che vivono isolate nella foresta, a più di un ora di cammino. Loro come faranno?

La mattina dopo, all' alba, mentre con lo zaino in spalla riprendo il cammino, ripasso davanti alla casetta in muratura. Alcuni indigeni dormono in mezzo al prato, altri sui gradini di una capanna, qualcuno è ancora sveglio e mi saluta.

Ora capisco...bastava non tornare...

(...fine..)

17 gennaio 2008

Cortocircuito /3 - Diemetriltriptamina


Mettere in una casseruola 500 g di Banisteriopsis caapi tagliata a pezzetti e 85 g di Psychotria viridia in foglie, coprire con acqua e far bollire a fuoco lento per 10-15 ore. Filtrare il liquido ottenuto e servire.

Ayahuasca.
"
liana degli spiriti"; "fune dell' impiccato" o "imbrigliatrice dell' anima" come viene chiamata in diverse parti dell' Amazzonia.

Gli effetti iniziano circa mezz' ora dopo l' assunzione e durano dalle 4 alle 6 ore.

Da una parte ci sono gli alcaloidi contenuti nella corteccia della liana di Banisteriopsis. Facilitano l' attivazioni delle sinapsi fra i due emisferi cerebrali e provocano allo stesso tempo una temporanea inibizione degli enzimi della monoamino oxidasa (MAO) con conseguente aumento dei livelli normali di serotonina.
La serotonina è un neurotrasmettitore che partecipa in modo fondamentale nei processi di controllo dello stato d' animo, delle emozioni, nelle percezioni sensoriali e delle funzioni cognitive superiori.
Dall' altra parte c' è la diemetriltriptamina (DMT), contenuta nelle foglie di Psychotria viridia. Normalmente la DTM risulta inattiva quando si somministra per via orale perché viene degradata dalla MAO, solo quando si fuma o si inietta può arrivare al sistema nervoso e produrre la visione di forme e colori caleidoscopiche.
L' inibizione della MAO dovuta agli alcaloidi permette alla DMT di arrivare al sistema nervoso senza essere degradata. Contribuisce ad attivare le sinapsi lavorando in sinergia con gli altri alcaloidi e i suoi effetti lisergici risultano rafforzati.


Javier è davanti all' ingresso della cueva del duende. Dalla sua borsa a tracolla estrae una torcia elettrica, inserisce una batteria nuova e ne controlla il perfetto funzionamento.

Questa grotta- racconta- l' abbiamo scoperta circa due anni fa.
Prima di entrare abbiamo chiesto consiglio allo sciamano di Machakuyaku, un indigeno kichwa di 53 anni che vive piuttosto isolato nella selva. Era già successo, infatti, di scovare altre caverne nella selva e chi era entrato per ispezionarle non aveva mai fatto ritorno. Disturbare “el duende”, lo spirito delle caverne può essere molto pericoloso, bisogna, prima di entrare,chiedere il permesso.
Un abitudine consigliabile anche dalle mie parti, mi viene da pensare. É solo il modo in cui si chiede ad essere leggermente diverso.


Lo sciamano, durante una cerimonia alla quale partecipano altri membri della comunità, entra in contatto con lo spirito della caverna. Il mezzo di comunicazione è l' ayahuasca, la diemetrilptamina.

Quando esce dal mondo parallelo, dalla realtà occulta svelata dagli alcaloidi, consegna un messaggio positivo a Javier.
Si può entrare, el duende de la cueva lo permette. Con un vincolo: non si può andare più in là di una grande roccia su cui pende una stalattite, posizionata a circa settanta metri dall' entrata.
Negli ultimi due anni, da quando Javier è entrato per la prima volta nella grotta, nessuno ha mai oltrepassato tale limite.


Magia, realtà, tradizione, leggenda, buonsenso. Tutto si fonde quando arrivo al punto di non ritorno.

A settanta metri dall' ingesso della caverna la morfologia della cavità cambia improvvisamente, il cunicolo diventa più stretto, scende rapidamente verso il sottosuolo e si aprono crepacci senza fondo ai lati di un possibile cammino.
Che sia per colpa del duende indispettito o dell' umidità sulla roccia, mettere un piede in fallo diventerebbe pericolosamente probabile...


(...continua...)

9 gennaio 2008

Cortocircuito /2 - Fango

Il sentiero risale la collina alle spalle delle tre capanne che formano il centro del villaggio. Un dislivello non impegnativo in molte altre parti del mondo ma qua la terra sotto i piedi è solida solo al di sotto di trenta centimetri di fango. In amazzonia piove. Piove tantissimo. Piove e fa caldo.

Ripenso alla sera del 22 dicembre, ero in un altro mondo. Unico filo conduttore il fango. Non molto profondo come pensiero ma estremamente reale e tangibile, un po' su tutto il corpo.

Javier sembra volare mentre io arranco dietro di lui affondando, passo dopo passo, sempre più nel fango. A centinaia di chilometri di distanza, nel mondo di Muisne, avevo vissuto la stessa identica situazione. E' il 22 dicembre, alle 9 di mattina la barchetta partita da Muisne raggiunge una piscina di allevamento di gamberetti ormai abbandonata. Inizia la giornata di riforestazione. Al primo passo sono già nel fango fino alla cintola, completamente bloccato. Impossibile tornare indietro, impossibile avanzare. Penso all' evoluzione della nostra specie, al fatto che diventare bipedi sia stata una conquista positiva in molti ambienti. Ma sicuramente non qua, metto il sacchetto dei semi al collo e passo le successive tre ore a gattoni. Qualche metro davanti a me c' è Maria.

Maria ha una cinquantina d' anni, almeno 45 dei quali passati a raccogliere conchas fra le radici delle mangrovie. Nel fango. Tradizionalmente è il lavoro delle donne delle comunità dell' estuario, le cui mani piccole riescono ad arrivare dove non potrebbero quelle degli uomini, impegnati a pescare in mare aperto. O almeno così è stato fino a quando il rumore delle motoseghe non ha sovrastato quello delle onde...

Maria sembra camminare su un parquè appena lamato. Mentre io annaspo, lei saltella e va a portare un po' di semi a sua nipote, una bambina sorridente che li pianta minuziosamente nel fango. Con la stessa dedizione con cui un' altra bambina, in un altro luogo, potrebbe pettinare i capelli di una bambola.

Anche io sorrido e pianto minuziosamente, ma sorriderò ancora di più la sera, a casa, quando sotto la doccia cercherò, con dedizione, di lavare via tutto il fango che ho fra i capelli...

Maria e Javier, potrebbero essere una bella coppia...

Poco a poco prendo confidenza, metto i piedi esattamente dove li mette Javier e lo raggiungo, arriviamo assieme ad una capanna dopo quasi un ora di cammino. Mi spiega che qui vive un famiglia della comunità di Machakuyaku, bussiamo alla porta per salutare e dal balconcino si affacciano tre bambini. Ogni giorno vanno a scuola al centro, mi racconta Javier, un' ora di cammino nel fango all' andata e una al ritorno. Io cerco di asciugarmi velocemente il sudore e a nascondere le duecento pulsazioni al minuto...

Dopo un' altra mezz' ora arriviamo alla caverna.


(...continua...)


3 gennaio 2008

Cortocircuito

Sono appena tornato a Quito quando mi avvisano della riunione per abbozzare il piano territoriale per la zona di Muisne. Muisne é un isoletta della costa nord ecuatoriana, uno dei luoghi dove il bosco di mangrovie dell' estuario é stato piú ferocemente deforestato dalla produzione industriale di gamberetti. Muisne é anche il posto dove finora ho passato piú tempo da quando sono arrivato in Ecuador perché una parte del progetto a cui sto lavorando si realizza lí. Se questo fosse un blog ben fatto avrei giá scritto di Muisne e del mio progetto, dovrei comunque avere una bozza da qualche parte e mi riprometto di cercarla. Dovrei anche avere un bel po' di foto, comunque per il buon proseguio del post non serve parlare molto di Muisne. Sta di fatto che ho passato gli ultimi tempi sballottato fra le Ande e la costa, uno sballottamento che mi piace soprattutto quando la strada scende verso il Pacifico. Alla fine mi ritrovo al 22 dicembre sera, dopo una giornata passata nel fango a riforestare mangrovie, a pensare che in fondo sono in vacanza. Le vacanze di Natale. E chi se ne era accorto che era arrivato Natale? Il Natale non prevedeva freddo e gelo, magari un po' di neve? La capanna/grotta non era forse servita a trovare riparo? Insomma, arriva il Natale, io esco dal lavoro, ci sono quasi trenta gradi e vado in spiaggia a fare il bagno.... É un cortocircuito mentale, ovviamente piacevole. Ma alla fine trovo conferma: l' ufficio chiude. Correa ha pure dichiarato qualche giorno di vacanza in piú forse per ingraziarsi un popolo che inizia a rivedere e ricalcolare l' entusiasmo iniziale post-elezioni. Bene, mi dico, evviva le vacanze. Scopro che un po' di amici meno sballottati o piú lungimiranti si erano accorti da tempo dell' esistenza del Natale anche in Ecuador e ne hanno approfittato per comprare biglietti aerei per uscire dai confini... Messico, Perú, Cuba....bei nomi, buone suggestioni, fantasie.... Io invece mi ritrovo a Muisne, é la sera di sabato 22 dicembre, sono in vacanza. E sono completamente ricoperto di fango dalla testa ai piedi. Scopro che un altro gruppo di amici é in viaggio sulla costa, anzi proprio domani arriva in un paesino ultraturistico ad un' ora da Muisne. Penso che passeró buona parte del prossimo anno sulla costa e quindi nelle vacanze potrei andare da qualche altra parte. Penso che avrei dovuto pensarci prima. Penso che fare il bagno nell' Oceano Pacifico il 25 mattina appena sveglio é molto meglio di aprirsi i regali in cameretta a Milano. Anche meglio del Natale Anticlericale del Torchiera.. Alea iacta est: si rimane sulla costa. Rimango una settimana in viaggio verso sud, una settimana piacevole, leggera, fatta di belle spiagge, partite di pallone, incontri, ubriacature, balli, aragoste, capanne, frullati di frutta strani e buonissimi. Poi di colpo saluto e me ne vado. Quando si raggiunge la certezza che ció che si immagina per il futuro accadrá davvero, allora svanisce l' incanto. Ad un certo punto mi rendo conto che so con precisione come saranno i giorni a venire, rimanendo sulla costa. L' idea si forma chiaramente e mi stordisce. Saranno giorni di festa e risate, che culmineranno in una bella sbornia a capodanno. Un piano accettabilissimo, sicuramente piacevole, al quale in altri momenti non avrei rinunciato. Ma con una pecca. É prevedibile. Ed io invece voglio lasciarmi sorprendere. Zaino in spalla, autobus notturno verso Quito, due minuti di passagio a casa per cambiare i vestiti e poi di nuovo in autobus verso l' oriente. Amazzonia. Trascorro la fine dell' anno vecchio e l' inizio del nuovo a Machakuyaku, una villaggio kichwa immerso nella foresta. Ci si arriva dopo un' oretta a piedi da una strada carrozzabile, all' improvviso il sentiero scende ripido e svanisce in una radura con 4 capanne. Javier, un ragazzo del villaggio che mi fa da guida mi dice che siamo arrivati. Questo é il "centro" di Machakuyaku, mi spiega, ma ci vivono solo tre famiglie. Altre capanne si trovano piú isolate, ancora piú immerse nella foresta. I kichwa non devono sentire molto la necessitá di stare in compagnia, mi sembra di capire. Il paesaggio é spettacolare. La radura con le capanne é un piccolo spazio rubato alla selva che si estende a perdita d' occhio in ogni direzione. Non riconosco nessun albero che vedo, ce ne sono dieci diversi in un metro quadro senza contare liane, felci, arbusti e quant' altro. La selva é un muro vegetale impenetrabile, il sentiero che abbiamo percorso per arrivare fin qua é la principale via di collegamento con l' esterno ed é stato aperto a colpi di machete dopo giorni e giorni di lavoro. Anche mentre camminavamo fin qua Javier ha dovuto ripulire col machete alcuni tratti. La selva se lo riprenderebbe in pochissimo tempo se non fosse battuto regolarmente. Dopo aver lasciato lo zaino nella capanna dove passeró la notte riprendiamo il cammino in mezzo alla foresta alla volta della "cueva del duende". In spagnolo un duende é un essere del bosco, una sorta di gnomo. Ma ha anche un' accezione meno concreta e piú spirituale. Ed é questa seconda accezione quella piú sentita dai Kichwas.



panoramica di Machakuyaku


(...continua...)

disordine cronologico discendente

Negli ultimi due mesi passati in Ecuador ho riempito un quadernino di appunti su ció che mi stava accadendo e che vedevo davanti a me.
É un quadernino che mi piace molto, é morbido, senza copertina rigida, entra perfettamente in una borsetta a tracolla cucita artigianalmente da un gruppo di indigeni e comprata in una bottega del comercio justo di Quito Sur.
La carta é grigiastra e mi piace illudermi che sia riciclata.
Probabilmente é solo vecchia, il quadernino l' ho ritrovato in un cassetto di casa a Milano. É un oggetto promozionale, proveniente forse da una qualche fiera. Ogni pagina porta scritto il nome di uno studio di architettura e lo stile del disegno di copertina tradisce una decina d' anni d' etá.

Scrivo soprattutto durante i lunghi tragitti in autobus per muovermi dalla sierra alla costa.
Le strade sono un colabrodo e quello che scrivo fra dossi, buche, curve, salsa sparata a duecento decibel dall' autoradio, é piú simile ad un elettrocardiogramma che all' italiano.
Alcuni racconti non sono mai riuscito a finirli, sconfitto dall' oscuritá o dagli ammortizzatori scarichi di un autobus di vent' anni fa.
Qua cerco di raggruppare un po' le idee, i fogli sparsi, le parti leggibili del quadernino.

Inizio dalla fine, sono appena tornato in capitale dopo un po' di sano errare e non sono riuscito a scrivere nulla sul quadernino. Dei quasi 600 km messi alle spalle nell' ultima settimana quasi nessuno era asfaltato...
Prima di dimenticarmi tutto approfitto di questo pomeriggio di solitudine in ufficio per raccogliere i cocci e provare ad incollarli nel giusto ordine...