25 agosto 2008
Le tanto sospirate?
Adesso invece sono in vacanza, ossia faccio esattamente lo stesso di prima (vagare per l' Ecuador), ma scelgo io la destinazione.
E visto che di costa, mangrovie, spiagge, conchas e camaroneras ne ho viste abbastanza ho deciso di viaggiare per le Ande, da Quito rumbo al sur fino a Vilcabamba, il paesino piu longevo al mondo.
Ho visto, osservato, conosciuto, riso, pianto (e non per il ritorno di sheva), ho avuto il mal di piedi dopo 8 ore di cammino, ho ripreso confidenza con la vecchia Nikon manuale, ho toccato le rovine Inca, camminato sul bordo di un cratere vulcanico ed in fondo ad un canyon, osservato le merci e gli indigeni nei mercati di paese, e mille altre amenità.
Forse potrei mettermi di buzzo buono e raccontare il viaggio qui sul blog, ma il tempo stringe, fra poche ore sarò alle Galapagos e si aggiungeranno altre visioni, altri racconti...
Non riuscirò mai a raccontare tutto, ma con l' aiuto delle foto della vecchia Nikon e una pinta di John Martins al Tipota, qualcosa dovrebbe pur venir fuori....
25 giugno 2008
15 maggio 2008
Dal Chapapote a Coan Coan (un viaggio in prima persona)
Il 13 novembre 2002 Apostolus Mangouras osserva con una certa preoccupazione la carta navale sul suo tavolino. La nave sotto il suo comando è appena entrata in una zona dal nome quantomeno sinistro: Costa da Morte. A conferirle tale nome i numerosissimi naufragi avvenuti qui dove il mare si incontra con l' oceano. E non è mai amore a prima vista.
Lo stesso giorno un mercante spagnolo chiama la guardia costiera: -Ho perso 200 tronchi in mare mentre passavo per la costa della Galizia!-. Distratto, il mercante.
I tronchi galleggiano trascinati al largo dalla corrente. Non è una bella giornata, é in corso un temporale con vento forza nove e onde alte come case di tre piani.
Da parecchio tempo Apostolus sta in piedi con il timone della nave fra le mani, é partito da San Pietroburgo qualche settimana prima ed ha giá fatto scalo in Lettonia ed Inghilterra..
Ormai i cigolii e gli scricchiolii del monocasco sotto i suoi piedi li conosce a memoria.
All' improvviso un rumore nuovo. Uno stridore fortissimo, un boato. Niente a che vedere con la ruggine della nave. Corre a vedere cosa é successo. Nella fiancata destra del Prestige, si é aperta una crepa. É la stessa fiancata che aveva fatto rappezzare un anno e mezzo prima in un cantiere navale cinese, forse un lavoro non proprio a regola d' arte. Ma finora aveva retto e non era costato molto.
Mentre segue con lo sguardo i primi fiotti di petrolio uscire dalle cisterne e liberarsi in mare, intravede, fra le onde giá nere, alcuni tronchi d' albero. Certo non é uno fortunato, il greco Apostolus.
Corre di nuovo all' interno, si attacca alla radio di bordo e lancia un s.o.s.: la situazione é critica, stanno fuoriuscendo tonnellate di petrolio e la possibilità che la crepa si chiuda da sola é piuttosto improbabile. Mentre il petrolio esce l' acqua entra e la ferita si fa piú profonda.
Il governo spagnolo tentenna poi ha un idea geniale: -Trainiamo la nave piú a largo verso nord, cosí il petrolio se lo beccano le coste francesi-. Ma ai francesi arriva la soffiata e si incazzano. -E allora spostiamolo a sud (tanto la corrente del golfo non esiste...), facciamolo un po' di nascosto ed i portoghesi si ritroveranno le spiagge nere senza neppure sapere perché-.
Apostolus conosce bene la sua nave, sa che un monocasco con una crepa sulla fiancata non resisterebbe al largo, dove le correnti e le onde sono ancora piú forti. Per molte ore si rifiuta di obbedire agli ordini del governo spagnolo. Alla fine deve cedere, viene arrestato per disobbedienza alle autoritá ed evacuato in manette dal Prestige.
Quattro rimorchiatori agganciano la nave e iniziano a portarla al largo.
Alle 8 della mattina del 19 novembre il Prestige si spezza in due.
-Il petrolio rimarrá sul fondale, non ci sará nessun danno né alle persone ne all' ambiente!– annuncia, delirante, il franchista Fraga, presidente della Junta di Galizia.
Non andó esattamente cosí.
Dalle stive del Prestige uscirono 63 mila tonnellate di petrolio. Il chapapote contaminó irrimediabilmente le coste della Spagna settentrionale, quelle francesi e la parte sud dell' Inghilterra.
63 mila tonnellate, 13 mila in piú di quelle della Exxon Valdez, Alaska 1989.
Il peggior disastro petrolifero della storia?
No. Bazzecole, bruscolini. Quisquilie.
Al peggio non ci sono limiti, recita una veritiera frase fatta.
Nel 1964 i Cofanes non sapevano ancora bene in che parte del mondo colonizzato si trovassero.
Anche a loro era giunta voce dell' esistenza di uno stato chiamato Ecuador e di uno chiamato Colombia ma non sapevano esattamente dove tali stati si trovassero. E come loro altri popoli indigeni: Secoya, Wuaorani, Siona, Kichwa e Tetetes. Popoli che da sempre vivono immersi nell' Amazzonia.
I Cofanes vivono in una parte di foresta amazzonica compresa fra l' Ecuador e la Colombia, 10 villaggi da una parte e 4 dall' altra. Per loro, l' appartenenza ad uno stato o all' altro, é un dato superfluo, puramente statistico, roba da sussidiario delle elementari. Vivono di caccia e pesca nella foresta e nei fiumi che l' attraversano, dall' enorme varietá di piante amazzoniche attorno alle loro capanne ottengono cibo, medicine ed utensili. Sono un popolo pacifico, considerano la terra che li circonda come un essere vivente che regala loro la vita. Un essere che non puó essere fatto a pezzi e venduto.
Alle idi di marzo del 1964 un uomo bianco col cappello da cowboy entra in un villaggio Cofan dell' Ecuador Orientale, nella zona dove adesso sorge l' orribile cittá di Lago Agrio. Gli indigeni gli si fanno incontro. Cattivi presagi: gli altri uomini bianchi che erano venuti dieci anni prima, i missionari evangelici, avevano portato solo malattie.
L' uomo bianco col cappello allunga il braccio, punta l' indice e lo muove a 360 gradi verso la foresta oltre le capanne: -Tutto questo é nostro, ce lo ha appena concesso lo Stato dell' Ecuador-.
Troppe cose nuove, troppi concetti inspiegabili in troppe poche parole. I Cofanes sono allibiti. Da un giorno all' altro scoprono di “appartenere” ad uno stato, scoprono che quell' essere vivente che gli permette di vivere, la foresta, si puó dividere in parti e vendere, che una cosa chiamata stato lo ha venduto all' uomo bianco e che loro non ci possono piú metter piede.
Come se arrivasse uno della casa di fronte e ti mettesse il lucchetto al frigorifero : “Ora é mio, me lo ha venduto quello del piano di sopra”
Il bianco mette la mano in tasca e ne tira fuori un foglio: il 5 marzo 1964, lo stato ecuadoriano dava in concessione alla compagnia statunitense Texaco un milione mezzo di ettari di Amazzonia. Il 27 marzo 1964 uscirono i primi galloni di petrolio dal nuovo pozzo della Texaco.
Le prime ferite sul corpo di Coan Coan.
Racconta Fidel Aguinda, giovane capo del villaggio Cofan di Aguasblancas:
-Coan Coan é una creatura del sottosuolo, la sua casa é sottoterra. Non é un dio, non é un mostro, é semplicemente una creatura. É il padrone degli animali che vivono nella foresta. Quando vogliamo dei consigli o un favore per avere piú caccia o pesca, lo sciamano del villaggio entra in contatto con lo spirito di Coan Coan attraverso un rituale con Ayahuasca. Come tutte le creature anche Coan Coan ha bisogno di risposarsi: quando dorme il suo sangue si trasforma in petrolio. I pozzi delle compagnie petrolifere uccidono Coan Coan. Lui é parte dei Cofanes e noi Cofanes siamo parte della sua vita, non possiamo permettere che muoia- .
Nei successivi anni la deforestazione della foresta amazzonica accelerò esponenzialmente e la compagnia petrolifera statunitense creó un sistema composto da 350 pozzi e una estesa rete di oleodotti.
Il piccolo popolo indigeno dei Tetetes si ritrovó circondato da pozzi: senza piú la foresta, unica fonte di cibo e medicine, scomparve nel nulla. Le condizioni di vita delle altre etnie si fecero difficilissime e il rischio di estinzione é ora altissimo. Ma piú che di estinzione sarebbe coretto parlare di genocidio.
La deforestazione é infatti, nella sua gravitá, solo una parte del problema.
Il petrolio contiene una considerevole quantità di molecole tossiche: idrocarburi aromatici (benzene, toluene, xilene), idrocarburi policiclici aromatici (antracene, pirene, fenantrene, benzopirene e altri), metalli pesanti (cadmio, cromo, piombo,mercurio, cobalto, rame, etc), nonché alcuni elementi radioattivi (stronzio 90, radon 226). Tali molecole sono estremamente persistenti nell' ambiente, hanno tempi di degradazione lunghissimi, e soprattutto sono tristemente noti alla tossicologia come agenti cancerogeni.
La gamma completa degli elementi del petrolio é considerata una minaccia alla salute pubblica ed all' ambiente, tutti i paesi hanno pertanto creato delle leggi per regolare le pratiche di estrazione. Le stesse compagnie petrolifere hanno sviluppato regolamenti interni di salvaguardia.
La Texaco, nei suoi 28 anni di presenza nella Amazzonia ecuadoriana, scelse intenzionalmente e deliberatamente di non rispettare l' ambiente, la vita dei popoli indigeni, gli obblighi verso il governo e le stesse norme interne della compagnia vigenti in concessioni petrolifere in altri stati.
Certo, se il controllore dell' operato della Texaco doveva essere il governo ecuadoriano, in quel periodo la congiuntura non era certo favorevole...
L' 11 luglio del 1963 il governo filocastrista di Carlos Julio Arosemena veniva destituito da un colpo di stato militare. Al potere si autoproclamó un quadrunvirato formato dai capi dell' esercito. Dietro tutto questo c' erano, come era solito in quel periodo, gli Stati Uniti, che, dopo la rivoluzione cubana, non potevano certo sopportare i tentativi di emulazione in altri paesi.
In quel periodo, inoltre, la Texaco era la unica compagnia petrolifera a distribuire benzina in 50 stati U.S.A.( e cosí fu fino al 1980).
Praticamente, i dirigenti della Texaco, per andare al bagno, usavano quelli della Casa Bianca.
Per stessa ammissione della Texaco la quantità di petrolio di scarto deliberatamente gettata nella foresta è stata di 332 milioni di galloni. A questa quantità bisogna sommare le perdite dell' oleodotto, stimabili in circa 30 milioni di galloni (fonte: Acción Ecologica)
Un po' di calcoli. 332 più 30 fa 362 milioni di galloni.
362 milioni di di galloni sono 1368 milioni di litri, vale a dire 1368 mila metri cubi
Oppure, con una equivalenza, 1231 mila tonnellate.
Quasi 20 volte la quantità persa dal Prestige.
La Texaco ha utilizzato in Ecuador strutture antiquate e mal funzionanti, oleodotti giá vecchi che si sono riempiti di buchi in poco tempo. Ha infranto non solo le leggi ecuadoriane in materia ambientale ma anche le stesse norme di autoregolamentazione che la compagnia aveva adottato in USA nello stesso periodo. Le norme obbligano a immagazzinare temporaneamente il petrolio di scarto in piscine isolate e protette, per poi re- immetterlo nel sottosuolo; la Texaco lo ha semplicemente buttato via nella foresta, oppure lo ha versato in grandi buche scavate nel terreno, senza alcun tipo di isolamento. Di queste piscine ne esistono circa mille, senza contare quelle che la Texaco ha cercato di nascondere ricoprendole di terra.
In 28 anni il petrolio, che di starsene quieto in una pozza ha poca voglia, ha contaminato il suolo, i fiumi e la falda acquifera sotterranea.
I terreni e i campi vicini ai pozzi di estrazioni sono neri, appiccicosi, catramosi.
L' acqua del Naviglio, in confronto a quella dei fiumi di questa parte della foresta, é praticamente potabile. Peccato che questa acqua sia l' unica a disposizione dei popoli indigeni: in Amazzonia non ci sono molti rubinetti.
Ritornello. Il petrolio gettato nella foresta, é solo una parte del problema.
Mentre si estrae il petrolio si estrae anche una considerevole quantità di acqua. É un ' acqua che ha la stessa etá geologica del petrolio, si é formata insieme a lui e per questo prende il nome di “acqua di formazione”. Il rapporto é circa 9 a 1, ossia per ogni barile di petrolio estratto vengono fuori anche 9 barili di acqua.
L' acqua di formazione contiene concentrazioni dannose per la salute umana di sali di calcio, magnesio e manganese. Contiene anche sali di zolfo, sodio, cloro a concentrazioni 6 volte maggiore dell' acqua di mare che quindi sono intollerabili per la vegetazione. Inoltre, avendo passato decine di migliaia di anni in compagnia del petrolio, l' acqua di formazione contiene gli stessi elementi nocivi dell' oro nero: idrocarburi semplici e policiclici, metalli pesanti, elementi radioattivi.
Fin dal 1939 in Texas, stato di origine della Texaco, esistevano leggi che obbligavano la compagnia petrolifera a re-immettere nel sottosuolo, nello stesso pozzo da cui proveniva, l' acqua di formazione, per limitare i danni ambientali e per la salute derivanti dalla contaminazione con tale acqua. Fin dal 1939 la pericolosità dell' acqua di formazione era quindi ben conosciuta sia a livello legale sia dalla stessa compagnia.
Dal 1964 e per i successi 28 anni, in Ecuador, la Texaco non ha re-immesso nel sottosuolo una sola goccia.
L' acqua di formazione é stata direttamente gettata nei fiumi o nel suolo, portando ad una gravissima contaminazione delle acque superficiali e sotterranee. Gli indigeni dell' Amazzonia usano queste acque per bere, lavarsi, irrigare i campi, dar da bere agli animali.
Per ammissione stessa della Texaco la quantità di acqua di formazione rilasciata nella rete fluviale e nel suolo amazzonico equivale a 18,5 mila milioni di galloni. Come nel caso del petrolio di scarto si tratta di dati ufficiali forniti dalla stessa compagnia nel processo che la vede imputata, il sospetto che i dati reali siano ben piú alti é piuttosto fondato.
Comunque, 18,5 mila milioni di galloni sono 70 mila milioni di litri, ossia 70 milioni di metri cubi.
Un lago alpino, neppure fra i piú piccoli, come quello di Mergozzo, contiene piú o meno la stessa quantitá d' acqua. Buona, peró.
Ritornello.
Oltre al petrolio e all' acqua di formazione, durante l' estrazione dai pozzi petroliferi fuoriescono anche grandi quantitá di gas naturale, che, secondo quanto previsto dalla legge, deve essere immagazzinato per usi produttivi o re-immesso nel pozzo.
Texaco non ha mai, in 28 anni, immagazzinato o re immesso il gas naturale. Lo ha semplicemente bruciato. Si vede che oltre a contaminare terra e acqua voleva dare una giusta parte anche all' aria. Per non fare torti a nessuno.
La centralina per il monitoraggio dello smog di viale Juvara (una delle zone piú inquinate di Milano), da queste parti si troverebbe come a casa.
L' aria, in questa regione dell' Amazzonia ed in particolare in prossimitá dei mecheros (gli apparati dove si bruciano i gas), risulta inquinata da tossine e incombusti che non solo vengono inalati dalle persone ma producono anche il fenomeno della “pioggia nera”. I popoli indigeni, rassegnati al fatto che non potessero piú bere l' acqua dei fiumi come avevano fatto per secoli, han provato a bere quella piovana.
Anche in questo caso gli é andata male.
La esposizione alle tossine derivanti dalla contaminazione di suolo, acqua e terra avviene per ingestione, inalazione e contatto. Il 75 % della popolazione che vive nell' area di estrazione utilizza acqua contaminata, un acqua fetida, salata, con macchie di petrolio in superficie. Usano questa acqua per lavarsi, bere, cucinare, non per ignoranza dei pericoli ma semplicemente perché non esiste altra acqua. Gli animali della selva, cibo tradizionale dei popoli indigeni, sono particolarmente sensibili alla contaminazione, alla deforestazione e all' inquinamento acustico. Sono scomparsi e la caccia non é piú una fonte di cibo.
I campi per l' agricoltura sono contaminati, le terre non sono piú produttive, spesso sono nere e catramose. Non cresce piú nulla. Il livello di denutrizione nell' area petrolifera é del 43%, il piú alto del paese. Il tasso di leucemia in bambini fino a 4 anni é 3 volte piú alto della media, quello di aborto spontaneo é di 2,5. La principale causa di morte nell' area petrolifera é il cancro (32%), 5 volte superiore alle zone della foresta amazzoniche non interessate dall' industria petrolifera. L' aspettativa di vita é di 35 anni. Due popoli indigeni sono letteralmente scomparsi, altri quattro rischiano grosso,
Perché tutto ció?
Nei 28 anni di presenza di Texaco in Ecuador, la compagnia statunitense estrasse petrolio per un guadagno complessivo di circa 30 mila milioni di dollari.
La scelta cosciente, intenzionale e deliberata, di contaminare l' ambiente, causare morte e sofferenza per le popolazioni indigene, di non rispettare le leggi esistente, fu presa per permettere alla compagnia di ottenere un guadagno aggiuntivo di circa 3 dollari al barile. 30 mila milioni di dollari forse sembravano pochi.
Nella pagina internet della Texaco (che nel frattempo ha cambiato nome in Chevron) esiste una sezione chiamata “The Chevron Way”. Ecco quello che scrivono di loro stessi:
“La nostra compagnia si fonda sui nostri valori, che ci distinguono e guidano le nostre azioni. Conduciamo i nostri affari in forma socialmente responsabile ed etica. Rispettiamo le leggi, difendiamo i diritti umani universali, proteggiamo l' ambiente e apportiamo benefici alle comunità dove lavoriamo."
Per maggiori informazioni:
Due video:
www.texacotoxico.org/video_texacontamination/texacotoxico_high.html
In http://video.google.com cercare "shamansoil"
30 aprile 2008
dialogo sui massimi sistemi
Nelle ultime tre settimane ho vissuto a Puná, un' isola isolata, dimenticata da tutti, sconosciuta al resto del paese. Dimenticata anche da Dio, nel caso, improbabile, che Dio esista.
Puná é grande piú del doppio dell' isola d' Elba e sparsi sulla sua superficie ci sono 14 villaggi di baracche e palafitte, senza luce, acqua, scuole, medici ne medicine. Per muoversi da un villaggio all' altro bisogna aspettare l' estate, la fine della stagione delle piogge: solo allora la vegetazione si ritira e si riaprono i sentieri, percorribili solo a piedi o a dorso d' asino.
Ma in fondo perché muoversi? Se nel villaggio d' arrivo, come in quello di partenza, comunque non c' é nulla?
Io ci sono finito per lavoro, un lavoro che mi piace sempre di piú, come inviato sul campo della C-Condem di Quito, un ponte fra l' ufficio centrale e los pueblos del manglar sulla costa.
A Puná dovevo raccogliere informazioni sulla gente dell' isola, in particolare cercare i villaggi che dipendessero dalla pesca e dalla raccolta di conchas nelle mangrovie per capire quanto le camaroneras avessero giá deforestato, per scoprire se la gente avesse giá fondato un' associazione e nel caso contrario fomentarne la creazione. Attraverso un' associazione ci sono piú possibilitá di denunciare l' illegalitá della deforestazione e fermare i camaroneros.
Dopo aver girato alcuni villaggi dell' isola senza molta fortuna mi viene detto che a Campo Alegre, nella parte sud, ci sono circa 200 famiglie e tutte vivono di raccolta conchas, non esistendo in quella zona dell' isola nessun altro lavoro se non quello fra le mangrovie.
(A Campo Alegre ,lo scopriró solo dopo, nelle strade e nelle case si aggira lo stesso numero di persone, vacche, maiali, galline, capre, asini e cani randagi. Non esistendo bagni nelle case tutti i sopracitati essere viventi confondono le vie sterrate del villaggio per latrine. Quando la marea si alza diventa una piccola Venezia e i bambini si tuffano in questo liquame che chiamare mare é un oltraggio al vocabolario..)
Campo Alegre é, ovviamente, irraggiungibile a piedi. Mi tocca fare il giro lungo, andare in barca fino alla costa continentale e da lí cercare un altra barca per Bellavista, un piccolo villaggio ad ovest. Da Bellavista il sentiero per Campo Alegre é giá praticabile e sono solo un paio d' ore a piedi.
Sulla bagnarola per Bellavista chiacchero con un tipo, scopro che é di Campo Alegre e che é conchero. Bene, mi dico, iniziamo a raccogliere informazioni. E senza troppi preamboli cerco di scucirgli un po' di dati sul suo lavoro. Il tipo mi risponde al rallentatore, come se fosse in preda ad una crisi di sonno, non riesco ad ottenere molto prima che si addormenti mentre la barca si allontana da riva.
Dopo qualche minuti mi richiama.
- Non la disturbo se le faccio io una domanda? -
- Certo che no -
- Lei é italiano..- inizia a dirmi.
Io penso subito alle domande che mi vengono normalmente rivolte quando svelo la mia nazionalitá :
1) com' é il lavoro in Italia
2) come sono le donne in Italia
3) esiste la Pilsener in Italia (la Pilsener é l' unica birra che si beve in Ecuador. Fa schifo.)
Il tipo prosegue:
- In Italia ci devono essere tantissimi soldi, lei deve avere un sacco di plata...-.
Io non dico nulla, lo lascio continuare, voglio vedere dove vuole andare a parare.
Subito peró si allontana dal discorso monetario e vira ad un nuovo territorio..
- Il livello della scienza in Italia deve essere altissimo, le vostre conoscenze devono essere molto, molto piú grandi delle nostre, lei é una persona che ha studiato, lei deve sapere un sacco di cose, praticamente lei sa tutto...-
Faccio il vago, accenno solo ad un:
- Bueeeeeno...-
E allora io le volevo chiedere- (finalmente!)
(pausa)
- Perché le navi e gli aerei spariscono nel triangolo delle bermuda? -
!!!
2 aprile 2008
Olger
Al mercato del porto si comprano a 14 - 15 dollari il centinaio, a Quito arrivano anche a venticinque.
Nelle tasche del conchero che le ha raccolte non finiscono piú di sei dollari.
170 conchas in un giorno di lavoro é una quantitá discreta al giorno d' oggi. Una cifra ridicola, invece, se confrontata con quelle di quindici o vent' anni fa, quando si arrivava, portandosi i figli al lavoro, anche a mille.
Poi le cose cambiarono. In peggio, ovviamente.
Attacato con un gancio alla reticella delle conchas, Olger Jaramillo rientra a casa dopo una giornata passata nel fango fino alla cintola e le mani immerse fra le radici delle mangrovie.
Rema in piedi sulla coda della sua canoa, lasciandola scivolare sulle immobili acque dell' estuario al tramonto. Osserva il paesaggio scorrere ai suoi fianchi e prova un emozione a metá fra la nostalgia e la rabbia.
Vent' anni prima, quasi ogni giorno, Olger si siedeva un po' piú avanti nella canoa. Alle sue spalle, in piedi sulla coda con in mano il remo, suo padre. Andava con lui a impare il mestiere.
Al ritorno, il percorso fra le mangrovie dell' estuario, era lo stesso di oggi.
Ma non é piú lo stesso il paesaggio. Oggi, dello sconfinato bosco di mangrovie, non rimane che una sottile fila di piante.
Le uniche che si sono tappate le orecchie al rumore delle motoseghe, le uniche che la industria camaronera ha deciso di non tagliare. Perché sono utili, perché proteggono dalle onde le piscine di allevamento per gamberetti.
Centinaia di ettari di rumori, scricchiolii, movimenti, respiri, verde, vita, convertiti in un deserto maleodorante di acque stagnanti, pesticidi, fertizizzanti, antibiotici.
All' inizio concentrata in un punto microscopico fra stomaco e intestino, la nausea inizia a espandersi in tutto il corpo, supera la barriera sensoriale, raggiunge il sistema nervoso e sfocia in emozioni. Amarezza, rabbia, disgusto, tristezza.
Olger sputa amaro in acqua come per liberarsi dal male.
Non manca molto per raggiungere casa, gli basta oltrepassare le ultime piscine industriali.
Jorge Criollo, un bianco di Guayaquil, camaronero, possidente illegale, e quindi usurpatore, di centinaia di ettari di piscine, é un uomo dotato di uno spiccato senso dell' umorismo.
Dopo aver devastato un bosco secolare, ha costruito una decina di piscine per gamberetti. Una pompa idraulica estrae acqua pulita dall' estuario ogni giorno, la mescola con un intruglio di prodotti chimici e la getta nelle piscine. Come tutte le monocolture artificiali, anche quella di gamberetti non potrebbe esistere senza assumere droghe. Alla sera l' acqua viene cambiata, si solleva una barriera di legno e la fanghiglia drogata viene buttata nel fiume contaminando anche quel poco che non era stato deforestato.
Per tutto questo e per la sua piscina Jorge Criollo ha trovato un bel nome: Poza Linda. La parola poza significa piú o meno "piccolo lago naturale" (naturale!) e linda ovviamente "bella".
Simpatico, il vecchio Jorge.
Da anni la comunitá di Olger cerca di ribellarsi: denuncie, piccoli sabotaggi, riforestazioni di piscine. Jorge li odia. E, forse, nasconde qualcosa.
Assume una decina di guardiani e li arma fino ai denti. Fa costruire alcune torrette di avvistamento. Avverte tutti i concheros: - Chi osa avvicinarsi alla mia piscina é un uomo morto -
O un bambino, o una donna morta. Non fa molte distinzioni.
Olger Jaramillo sta remando di fianco alle piscine. Ormai é incazzato, evoluzione naturale del miscuglio di emozioni che lo hanno accompagnato sulla strada del ritorno.
- E cosa dovremmo fare?- impreca fra sé e sé.
- Se non ci avesse distrutto il bosco non dovremmo fare un ora di canoa per andare a conchar, non dovremmo neppure passare di qua, potremmo rimanere vicino a casa. E si lamenta pure! -
Lo hanno ritrovato due suoi amici del villaggio mentre, leggermente piú tardi, tornavano a casa dal lavoro nelle mangrovie.
Un proiettile esploso da un fucile stretto fra le mani di un guardiano di Poza Linda lo ha colpito alla schiena, mentre Olger aveva appena sorpassato le ultime piscine e giá intravedeva le prime palafitte. É morto sul colpo.
Lo hanno ritrovato a bocca in giú, galleggiava sulle immobili acque dell' estuario al tramonto, lasciandosi dietro una scia di sangue.
Agganciate alla cintola, ancora chiuse nella reticella, 170 conchas.
(in seguito all' uccisione di Olger, la gente del villaggio, indignata, é corsa a Poza Linda. Ha sfondato a picconate le barriere di contenimento distruggendo sette piscine. Ha dato fuoco ai magazzini per i prodotti chimici. E, per poco, non ci ha rimesso la vita. Uno dei magazzini conteneva un intero arsenale di armi e munizioni. Non esattamente prodotti per la manutenzione di una piscina per gamberetti. Il buon Jorge Criollo, probabilmente, ha qualche simpatia per il narcotraffico.)
25 marzo 2008
frammenti da un' altra vita
[...] a quel punto avrebbe solo dovuto aspettare.
Aveva passato tutto il pomeriggio a pensare, completamente alienato, indifferente al luogo, al tempo ed alle persone.
Aveva eseguito meccanicamente tutte le semplici azioni della giornata: portare del cibo alla bocca, lavarsi, riordinare i vestiti, salire sull' autobus, camminare.
Non aveva trovato nulla da ridire su nessuna delle proposte dei suoi compagni di viaggio, forse non le aveva semplicemente ascoltate. Muoveva la testa impercettibilmente su e giù a qualsiasi domanda, solo a volte accompagnava il gesto con una leggera vibrazione delle corde vocali.
Pensava solo a quel momento, quella sera. Ogni attimo.
Tutto il pensiero concentrato sul suo sforzo, perché quello sarebbe stato indispensabile per scatenare una imprevedibile sequenza di eventi. Il risultato finale era impossibile da pronosticare.
Ma fra gli scenari possibili c' era quello perfetto, quello che faceva fatica a ricostruire con un' immagine mentale chiara e definita. L' emozione che generava la offuscava allo stesso tempo.
Le emozioni sono più forti nell' attesa, nell' incertezza, nell' intravedere, nello sperare.
Nell' immagine fugace che riusciva a ricreare solo alcuni particolari erano distinguibili: un angolo del viso, una ciocca di capelli, palpebre che sbattono rapidamente a chiudersi lasciando intuire un colore. Le labbra.
Quasi nulla dell' ambiente circostante, solo la sensazione, quasi una certezza, che ci sia il mare.
Avrebbe aspettato il momento, un attimo di silenzio rotto solo dall' infrangersi delle onde sugli scogli.
Quel suono ritmico e regolare avrebbe cullato le emozioni descrivendo movimenti sempre più ampi, sempre più distanti dal centro, lo avrebbero poi stordito con un vortice velocissimo. Alla fine, l' ultima onda avrebbe fatto tracimare tutto. Le parole sarebbero uscite da sole.
Si sarebbe ritrovato stanco, debolissimo, devastato dallo sforzo anche solo dopo aver parlato per qualche secondo. Parole come macigni, trascinati su una mulattiera di montagna.
Ma alla fine si sarebbe trovato sulla cima, avrebbe fatto rotolare le parole quel tanto che basta per farle cadere dal lato opposto, in balia della discesa. E lui con loro, accecato, senza capire se stava volando o precipitando
Quello era il momento che stava pregustando. Ormai da molte ore.
Il sapore dell' attesa: la propria parte è conclusa e si è chiusa la porta ai rimpianti.
Uscire di scena, scendere le scale del palcoscenico e sedersi in platea.
Solo aspettare, vedere cosa succede.
11 marzo 2008
Pollo
Mentre rimurgino su come raccontare la vita su un isola di pochi pescatori, molte mangrovie e miliardi di zanzare, inizio a raccontare un frammento dell' ultimo giorno passato laggiú.
É venerdí mattina, ho piú o meno finito di raccogliere informazioni sull' associazione di pescatori che vivono qua e l' unico progetto che ho per la giornata é passare dal letto all' amaca e dedicarmi alla lettura de "historia dell' alquimia", un trattato ritrovato roccambolescamente sull' isola.
Tre bambini mi si avvicinano piuttosto concitati.
In tre settimane avevano preso molta confidenza con me i bambini dell' isola, gli ultimi giorni ne avevo sempre 5 o 6 come scorta personale.
Alla fine avevo una relazione utilitaristica con i bambini: quando non sapevo cosa fare andavo a giocare con loro, cos¡, per passare il tempo. Ricordo un memorabile gol da fuori area con in porta un bambino di sei anni.
-Señor, señor- mi chiamano.
Io distolgo lo sguardo svogliato da libro, sto leggendo la storia di Paracelso e non ho nessuna intenzione di giocare con loro.
Mi raccontano che c' é un animale grosso nella secca dell' estuario, apparso con la bassa marea, lo chiamano con una parola che non conosco e che ho giá dimenticato. Mi chiedono se voglio vederlo, cosí, per fare qualche foto...
Bene, sono riusciti ad incuriosirmi. Con Paracelso ci parleró al pomeriggio.
Pochi passi sulla spiaggia, il latrare di un cane sempre piú vicino.
In mezzo al fango, di fianco ad alcuni germogli di mangrovie, una iguana lunga circa un metro.
Il cane cerca di avvicinarsi, ma l' iguana, apparentemente immobile, si produce repentinamente in una scodata che quasi ferisce il piccolo Centavo (Centesimo, il nome del meticcio).
Rimango in contemplazione di quest' animale che si muove al rallentatore sulle zampe, non cerca di scappare e mantiene il pericolo a distanza di sicurezza con la coda.
Molto affascinante.
Le iguane non hanno praticamente subito nessuna evoluzione nelle ere geologiche, animali che sanno di preistoria.
Mi chiedo perché rimane lí immobile, nonostante la compagnia del cane non sembri molto piacevole.
Dopo capisco.
Non ha fretta.
Nel giro di tre - quattro ore la marea salirá, il cane sará costretto a ritornare sulla sottile lingua di spiaggia e l' iguana potrá nuotare indisturbata verso l' estuario..
I bambini mi raccontano che i pescatori dell' isola, quando si trovano davanti ad un iguana, la catturano per cucinarla.
-Che sapore ha?- chiedo
-É buonissima- mi risponde il piú grande, - Sa di pollo fritto -.
Mi rimbalza nella mente una frase di un celebre blockbuster di qualche anno fa:
"Adoro gli orocereal, anche se il loro sapore mi ricorda vagamente quello del pollo. Guardacaso oggi molte cose sanno di pollo.E se le macchine avessero sbagliato?" (Matrix)
18 febbraio 2008
Panamericana
É l' urlo dei bigliettai dei bus che vanno alla capitale da quasi tutte le cittadine dell' Ecuador. Se non ci si trova in una stazione, non cosí frequenti se non nelle cittá piú grandi, l' autobus si prende cosí: ci si mette su una strada che presumibilmente va verso Quito, si tende l' orecchio, si aspetta che il bigliettaio si sporga dall' autobus in marcia e si ascolta cosa urla. Se va bene la destinazione si tende la mano, come se fosse un taxi, e si sale.
Tutto questo con l' autobus sempre in marcia.
Solo rallenta un pochino ma riuscire a scendere e salire in corsa richiede un po' di esperienza e nei primi giorni in Ecuador ho rischiato dei gran voli.
A Quito, a Quito, a Quito, a Quito!
É l' urlo che cercheró fra tre settimane per le strade di Huaquillas, quando sará ora di tornare in cittá.
Stanotte parto e vado a sud, confine col Perú per arrivare all' isola di Costa Rica, nel Pacifico a circa due ore di barca dalla costa. Laggiú c' é un associazione di pescatori e concheros e bisogna raccogliere materiale ed informazioni su quello che stanno facendo.
Zaino ridotto all' osso: costume, pantaloncini, magliette ed infradito. Qualche litro di repellente contro le zanzare. Carta e penna, un paio di libri, e la chitarra. Dovrebbero bastare per passare le serate in un isola in cui non c' é assolutamente nulla, neppure un telefono...
13 febbraio 2008
Muisne /4 - Bolivar
Al villaggio di Bolivar, uno dei piú grandi del canton Muisne, ci si puó arrivare in autobus o in barca. Il primo sistema é piú economico, il biglietto vale meno di un dollaro, ma terribilmente scomodo. In autubus si rimane seduti una mezz’ ora, ci vuole poi un’ altra ora a piedi per arrivare alle prime palafitte.
Con quaranta minuti di barca invece si arriva direttamente al porticciolo, tre assi di legno gettate sulla spiaggia giusto per non affondare i piedi nel fango.
La comunitá di Bolivar non si trova nell’ estuario del Rio Muisne, ma in quello di un fiume piú grande che scorre qualche chilometro piú a sud. Non si puó, insomma, prendere una barca e scivolare dolcemente sulle immobili acque fluviali ma bisogna uscire in mare aperto, percorrere un buon tratto di Pacifico e poi rientrare nell’ altro estuario.
Ed il pacifico é sempre un po’ incazzato, specie nei punti dove sfociano i fiumi.
Ci affidiamo a Ramon, lo scafista dell’ associazione, un uomo di cui non so praticamente nulla ma in cui devo confidare ciecamente. Mi aggrappo alla profonditá delle rughe sul suo volto: si capisce subito che ha passato piú tempo su una barca che sulla terraferma.
Un giubbotto di salvataggio comunque non guasta.
Dopo circa un’ ora di sballottamenti, salti, schizzi, risate e sospiri arrivo completamente fradicio a Bolivar. La prima persona con cui parlo é una signora di circa 45 anni e che mi offre una cocada, un dolce tipico di questa parte della costa equatoriana, fatto di cocco, zucchero e cannella.
Buonissimo, e pensare che ho sempre odiato il cocco.
Mangio la cocada con gusto, anzi ne prendo un’ altra sia per golositá sia per avere un pretesto con cui iniziare a parlare con Maria, perché, a pelle, mi sembra una persona speciale..
Mentre camminiamo in direzione del suo campo, oltre il fiume, sulle prime collinette dove la terra é terra e non fango, incontriamo altre donne. - Loro lavorano per i camaroneros – mi sussurra Maria.
- Fanno un lavoro umiliante : puliscono le piscine per l’ allevamento dei gamberetti, immerse nel fango nerastro, contaminato e maleodorante. Lavorano solo due giorni alla settimana e guadagnano 5 dollari -.
Una miseria.
Maria sembra arrabbiata con loro, racconta che alcune persone del villaggio hanno dimenticato come fosse la vita prima dell’ arrivo dei camaroneros e accettano la situazione attuale: oggi lavorare per un’ industria camaronera é uno dei pochi lavori possibili, una delle poche possibilità di guadagnare qualche dollaro.
Ma come si fa a vivere con 5 dollari alla settimana?
Maria continua a ricordare.
- Quando al posto delle piscine di allevamento c’ erano le mangrovie la gente di Bolivar poteva andare a raccoglire conchas fra le radici delle piante. In una giornata di lavoro una donna e i suoi figli potevano trovarne anche anche mille. Sul mercato si possono vendere a 6 dollari ogni 100 conchas. Quelle di questa zona sono considerate le migliori conchas dell’ ecuador e a Quito il prezzo arriva a venti dollari.
C’ era lavoro per tutti e soldi per tutti.
I Camaroneros hanno rubato tutto questo, hanno portato via terre illegalmente, distrutto tutto il bosco e non hanno scucito un dollaro. Maria non capisce come ci si possa dimenticare di questo.
Dopo una quarantina di minuti a piedi arriviamo al campo.
Maria vive qua con suo marito, un signore piú anziano di lei che compare dal fondo del terreno, sorridente e con in mano un machete di mezzo metro
Mi chiede di scattare una foto mentre raccoglie una papaya da un albero di cui va particolarmente orgoglioso.
Maria mi porta a vedere le piante che coltivano. Scopro che praticano una forma istintiva di agricoltura sostenibile, biologica e biodiversa che nasce dalla semplice necessitá di sopravvivere. Senza il filtro della scelta politica e alternativa che questo comporta in occidente.
Nel suo campo non ci sono due piante uguali.
Mi racconta che lei e la sua famiglia hanno bisogno di tante cose per vivere e quindi tante cose ha piantato. Un monocoltivo classico non le sarebbe servito a nulla.
Dal suo terreno ottiene molte varietá di cibo, tanti frutti diversi, materiale per costruire e sistemare la capanna dove vive. Da alcune piante estrae oli essenziali, medicine e repellenti contro gli insetti. Le galline vagano libere per il campo e le assicurano le uova. L’ unico problema é che le depongono dove capita e bisogna poi cercarle.
Se avanza qualcosa dalla produzione, lo vende e col ricavato compra penne e quaderni per i suoi figli che vanno a scuola.
Ma se fosse solo per me – mi confessa- potrei tranquillamente vivere solo di raccolta.
Mi annoto alcuni nomi di piante sul quadernino: tangares, calade, cedro amargo, nacedera, ovo, guayaba, maracuja, piña, papaya, platano, banano, coco, bimbe, yuca, camote, zapallo...e mille altri che non faccio tempo a scrivere.
Bisogna rimettersi in viaggio: la riunione con la gente del villaggio inizia fra poco, per la prima volta proporremo loro di partecipare al progetto di turismo comunitario
Al ritorno metto il quadernino in tasca. Camminiamo lentamente verso il villaggio mentre il sole scende sulle piscine industriali. Ascolto Maria raccontare della sua terra prima del disastro e lascio che le sue parole evochino nei miei pensieri l’ idea di paradiso.
11 febbraio 2008
Muisne /3 - Riconquista
Andiamo a visitare una piscina per l’ allevamento industriale di gamberetti, riusciamo ad introdurci senza problemi perché in questo momento il guardiano non c’ è.
Lo spettacolo é desolante.
Ettari ed ettari di rigoglioso bosco di mangrovie ridotti ad un putrido stagno di acque maleodoranti e fanghi nerastri. Qua e lá ancora qualche sacchetto di carbonato di calcio per aggiustare il ph e qualche bottiglia di diserbanti chimici non meglio precisati (su questo sto ancora raccogliendo informazioni)...
Ma quello che piú sconvolge é la sensazione di morte che il panoramana trasmette, l’ esatto opposto del bosco di mangrovie che pullula di movimento, suoni e rumori...
Riusciamo a parlare con alcuni familiari del guardiano. All’ inizio sono prevenuto verso di loro, gente al soldo dei grandi industriali che distruggono piante e persone. Poi scopro che sono solo un ‘altra vittima. Pagati pochissimo, costretti ad una vita isolata dalla comunitá, in una catapecchia pericolante senza acqua, in un ambiente ben poco salubre.
Me ne vado schifato e di cattivo umore, penso con rabbia ai gamberetti surgelati in offerta al supermercato....un prezzo basso che costa la vita alla gente di qua, alle piante agli animali..la tragica storia che c’ è dietro ad una busta trasparente piena di crostacei rosati che piú volte sono finiti anche fra le mie mani...
Alla mia coscienza viene peró offerta immediatamente una occasione di riscatto: con la barchetta arriviamo ad una lingua di terra completamente spoglia.
Di nuovo stivali ai piedi e fango fino alla cintura. Ci portiamo dietro una sacco di yuta pieno di semi di mangrovia e li piantiamo ordinatamente a circa due metri di distanza l’ uno dall’ altro, in mezzo al altri semi giá germogliati. Alcuni ragazzi della comunitá di Las Manchas avevano giá iniziato a riforestare questa zona. Alla riconquista del loro spazio.
I semi che piantiamo sono di mangrovia rossa (Rizophora mangle), la specie con la quale é piú facile riforestare. Sono semi molto grandi con forma di baccello di fagioli e lunghi circa venti centimetri. Non é necessario farli germogliare in vivaio, è sufficiente piantarli direttamente nel fango e dopo qualche giorno spuntano le prime foglioline.
Torno a casa stravolto, dalla partenza per Montecristi, cinque giorni fa, ho dormito circa quattro ore a notte.
Anzi la prima notte proprio non ho dormito...
8 febbraio 2008
Muisne /2 - Radici
La mattina dopo ci aspettano due giornaliste svedesi che vogliono scrivere un articolo sulla devastazione dell’ ecosistema provocata dalla produzione industriale di gamberetti.
Prendiamo un barchetta da sei posti e scivoliamo sul rio Muisne fiume fino alla comunitá di Las Manchas, un villaggio di poche palafitte incastrato fra l’ oceano e il bosco di mangrovie.
La comunitá partecipa ai progetti di turismo comunitario: i ragazzi di qua sono concheros (ossia raccolgono “conchas” una specie simile ad una grande vongola che cresce nel fango fra le radici delle mangrovie).
E continuano a fare i concheros, solo mentre lavorano insegnano a farlo anche ai turisti.
Non abbandonano le loro attivitá tradizionali e familiari per diventare operatori turistici, semplicemente fanno partecipare i turisti alle loro attivitá. Quattro ragazzini, tutti fratelli, salgono assieme a noi sulla barca, alla ricerca di un luogo dove andare a conchare.
Troviamo un spazio un po’ aperto fra le mangrovie e ci avviciniamo il piú possibile con la barchetta. Raggiungere la riva non sembra essere molto facile ma vince la curiositá e mi infilo gli stivali di gomma. Scendo dalla prua e mi ritrovo nel fango fino alla cintura, completamente bloccato...
Raggiungo a fatica un ramo sporgente e mi ci appiglio riuscendo poco a poco a tirarmi a riva. Non ché lá il terreno sia piú stabile, sempre di fango si tratta, ma almeno ci sono le mangrovie a cui aggrapparsi.
Getto le mani nel fango ed inizio a scavare, con le dita sposto le radichette delle mangrovie ma......niente! Riprovo mezzo in metro piú in lá ed ancora nulla...vado avanti per tentativi per un altri quaranta venti minuti e rimedio solo una misera almeja, una vongolina.
Intanto i ragazzini della comunitá hanno giá raccolto una decina di conchas.
Beto, il piú grande, mi chiama. Lo raggiungo, é vicinissimo a me e mi indica una culebra, un serpente abbastanza mortale che vive nel fango e che in esso si nasconde perfettamente essendo dello stesso colore.
Penso al fascino del mimetismo. Penso che ho passato la ultima mezz’ ora con le mani nel fango. Penso che esiste anche il pez-sapo, un pesce altrettanto amante del mimetismo nel fango. Anche i suoi aculei non sono piacevoli.
Penso che l’ interculturalitá e l’ integrazione siano grandi cose ma in fondo cosi puo bastare. Me ne torno sulla barchetta.
Ci aspetta un pranzo a base di concha nella mensa del villaggio di Las Manchas.
Il ristorantino é stato costruito da poco dalla comunitá con l’ aiuto di Fundecol, a gestirlo un gruppo di donne del villaggio. I turisti possono in questo modo assaggiare le prelibatezze della cucina locale, preparate non da cuoche professioniste al soldo di un agenzia turistica ma da donne che da sempre cucinano per gli altri abitanti del villaggio. Durante il pranzo scopro un fatto potenzialmente destabilizzante per il mio lavoro. Negli ultimi giorni ho gridato a squarciagloa “viva la concha” perché la concha é il simbolo della battaglia in difesa delle mangrovie e delle comunitá. La concha é uno dei piatti tradizionali, la principale fonte di proteine per i popoli del manglar, la moneta di scambio con cui avere accesso ad altri beni.
La perdita di grandi quantitá di concha, ormai sempre piú difficile da trovare, é uno degli effetti piú tangibili della deforestazione provocata dall’ industria dei gamberetti. La concha é un simbolo carico di significati culturali, storici,ambientali, gastronomici..
Scopro con disicanto che la concha non é un granché...un sapore un po’ amarognolo, una consistenza fastidiosa...
"c'è qualcosa di meglio nella vita che difendere delle idee. è trovarne delle giuste" (Italo Calvino)
(...continua...)
31 gennaio 2008
Muisne /1 - Megafono
Arriviamo a Muisne alle tre di notte. Scendo dall’ autobus e subito mi accorgo di un problema imminente: Muisne é un isola , ed in quanto tale non é cosí facile da raggiungere a piedi.
Ed alle tre di notte di barchette che fanno la spola non ce ne sono molte....
Ritorna cosi utile il megafono che ci era servito nella manifestazione di Montecristi, l’ avvocata della mia ong grida un appello all’ aria: “un lanchero por favor..”
Dopo qualche minuto arriva una canoa in malarnese, lunga e stretta stretta.
Ci saliamo in quattro ma dobbiamo rannicchiarci per abbassare il baricentro altrimenti alla prima onda siamo in mare. La canoa imbarca acqua poco a poco ma alla fine riesce ad approdare all’ altra sponda, spinta solo dalle pagaiate di un ragazzino che si fa il mazzo per mezzo dollaro.
La mattina dopo ho appuntamento col mio capo Carlitos. Ci vediamo in spiaggia ed lo troviamo di fianco a tre cavalli legati ad una palma da cocco.
Dobbiamo battezzare una delle proposte di turismo comunitario che si aggiungeranno alle idee giá esistenti e giá sfruttabili dai turisti. Una passeggiata a cavallo sul bagnasciuga cullati dal incedere ritmato del ronzino e dal rompersi delle onde. É una proposta di turismo comunitario: i cavalli appartengono al villaggio di Bellavista, a mezzora di cammino da Muisne, ed il loro affitto ai turisti é una forma di ingresso monetario addizionale.
La prova va abbastanza bene, certo un cavallo non é un automobile e per farsi portare dove si vuole é necessario comandarlo. Stabilire dei rapporti di dominanza con altri esseri viventi non é esattamente una cosa per la quale sono portato. Cerco di convincere il cavallo con qualche parolina nelle orecchie ed un paio di carezze, ma ad un certo punto lui si stanca di camminare sulla battigia e curva decisamente verso l’ interno dell’ isola.
Giusto cosí: lui sa che quella é la strada piú corta per arrivare alla nostra meta. Ma adesso come glielo spiego che voglio fare il giro lungo sulla spiaggia solo per godermi il panorama...
E allora si rompano gli indugi, un paio di frustatine, due tallonate e si recupera la strada maestra...
Proporró a Carlito di trovare qualcuno che accompagni i turisti a piedi o in bici, nel caso un cavallo voglia, giustamente, farsi un po’ i cazzi suoi..
Arriviamo alla comunitá di Bellavista, un sentierino verdeggiante passa in mezzo a palafitte di legno ben curate e con rigogliosi giardini di palme di cocco. Immancabili, ovviamente, numerose amache stese da una pianta all’ altra.
Si apre uno spazio fra due case: in una piccola spiaggia una quindicina di bambini si tuffano nel fiume e si schizzano acqua.
Conosco Willie, un abitante del villaggio sulla quarantina con il quale mi fermo a mangiare e a scambiare due chiacchere. Prima di raggiungermi a tavola si arrampica su una palma di una decina di metri con una agilitá impressionante e con il macete taglia un paio di frutti. Mi racconta che qua crescono varie qualitá di cocco, ognuna con diverse proprietá benefiche per il corpo, i reni , lo stomaco...accenna anche al leggendario “coco loco” .Si preparara aprendo un minuscolo buco nel cocco dal quale far uscire il latte e poi si torna a riempirlo con lo stesso latte mescolato ad alcool zucchero ed una miscela di spezie. Infine lo si sotterra per sei mesi, una vera prelibatezza –dicono.
Torniamo a Muisne che é giá quasi sera, é sabato e si va al Quilombo. Un localino gestito da Edison che é anche il tuttofare dell’ associazione di cui faccio parte. Lo aprí con l’ idea di promuovera la musica negra di queste parti, la marimba insieme con salsa e merengue per conservare le tradizioni e non lasaciar che si perdano fra hiphop e reggetton..
Io bevo qualche birra, cerco di stordirmi per non pensare che la musica latinoamericana non mi é mai piaciuta e per farmi entrare in testa il ritmo, osservo i movimenti della gente e capisco che ci vorrá un po’ di tempo e pratica ma imparare a ballare é possibile.
Il ritmo rallenta e dalla impossibile salsa si passa al merengue...chiedo ad Andrea se vuole ballare ed insegnarmi un po’. Andrea é una ragazza che lavora con noi, é negra ed ovviamente spettacolare, tanto che faccio un attimo fatica a concenrarmi sui passi...alla fine non imparo un mazza ma tant’ è...
Ci aspettano ben quattro ore di sonno perché domani abbiamo appuntamento alle 8, ma l’ irriducibile Carlito, sempre il mio capo quarantenne, bello gonfio di birra, propone di continuare la festa in spiaggia con un faló...la gente all’ inizio ci crede, qualcuno lo segue, in realtá pure io mi aggrego ma alla fine tutto sfuma...
Ritrovamenti
Era inizio dicembre e nei giorni precedenti ero stato a Montecristi, un paesino della costa manabita, a sud della provincia di Esmeraldas, ad una decina di ore di autobus da Quito. Montecristi é il luogo in cui si sta svolgendo il processo di riscrittura della costituzione ecuadoriana. Con la mia ong eravamo andati a reclamare una maggiore attenzione per i problemi ambientali, finora piuttosto dimenticati dal governo Correa. Sull' assemblea costituzionale, sulla situzione ambientale in Ecuador ed in particolare sui problemi della costa, dovrei, prima o poi scrivere qualcosa....
29 gennaio 2008
Cortocircuito /4 - Luce elettrica
All’ uscita dalla caverna non c’ é piú tempo per parlare di sciamanismo, liane e spiriti: il sole fra poco si spegnerá. Sulla linea equatoriale, sulla stessa linea che c’ è sotto i miei piedi, il tramonto non lascia molto spazio al romanticismo: in due minuti il sole é giá sotto l’ orizzonte, a buttare giú dal letto neozelandesi e australiani.
Non so quante sere ho passato in spiaggia a Muisne cercando di assaporare un tramonto sull’ Oceano Pacifico. Alla fine ho dovuto desistere. Sulla costa c’ é sempre una striscia di nuvole subito sopra l’ acqua del mare ed il sole é costretto a tuffarsi nel vapore acqueo piuttosto che nell’ acqua liquida. Mi consolo con il fatto che non sarebbe stato uno spettacolo molto lungo, un tuffo e niente piú.
Tutto sommato preferisco perdermi il tramonto e ringraziare le nuvole perché esistono. Sulla costa, all’ equatore, se ci fossero giornate limpide e terse con il sole ben rotondo nel cielo non si potrebbe sopravvivere..
Ma non c’ è tempo per ricordare, se il sole si spegne mentre sono ancora in mezzo alla selva sarebbe piuttosto difficile ritrovare Machakuyaku.
A proposito: Machakuyaku é una parola kichwa, una parola composta da Machaku, serpente, e yaku, acqua. Ci sono due versioni del perché la comunitá prenda questo nome, entrambe legate all’ esistenza di un torrente a pochi passi dal nucleo delle tre case abitate.
La prima versione racconta che tale torrente sia popolato, o almeno lo sia stato in passato, di serpenti d’ acqua dolce sulla cui pericolosità preferisco non indagare, la seconda è invece legata alla forma del torrente che si è scavato un percorso ben curvilineo fra le rocce. A dire la verità la seconda versione me la sono quasi inventata io, per avere qualcosa di più tranquillizzante a cui credere e potermi permettere un bagno ristoratore alla fine della scarpinata nella selva. Sta di fatto che Javier non proferisce parola quando mi vede col costume in mano. Io lo prendo come un “tranquillo non c’ è nessun pericolo” e mi getto in acqua.
Esco ed è già buio.
É notte, é la notte dell’ ultimo dell’ anno.Devo un attimo focalizzare l’ attenzione su questo punto, per uscire dall’ ennesimo cortocircuito mentale di questi giorni.
“É buio, é la notte dell’ ultimo dell’ anno, e tu sei in una comunitá kichwa di poche anime, bagnato, in costume da bagno, con le zanzare che iniziano decisamente a puntare la tua pelle morbida da occidentale. Niente luce, niente acqua potabile. E niente calzini di ricambio, cazzo.”
Mi lascio andare ad un secondo di banalitá sul fatto che un anno fa, sul Lago Maggiore, mai avrei pensato di ritrovarmi qua oggi..poi mi passa. Vado ad asciugarmi, sempre che al buio riesca a trovare la strada verso la capanna..
Al centro del villaggio, intanto, sono arrivate anche le famiglie della comunitá che vivono piú isolate nella foresta. É quello che avrebbero voluto i conquistadores spagnoli: il “centro del villaggio” è una loro invenzione, un sistema per tenere sotto controllo il popolo oppresso. Le famiglie indigene, prima dell' arrivo degli spagnoli, vivevano sparpagliate nella foresta. Esisteva sí la comunitá ed il senso di appartenenza ad essa, senza che peró questo avesse un riscontro urbanistico in una piazza, un centro, una casa comune.
La sera dell' ultimo dell' anno é un motivo di incontro per famiglie che vivono distanti piú di un ora di cammino nella selva, un momento di condivisione nel quale io non ho la piú pallida idea di
come possa integrarmi, credo sia impossibile e credo sia anche giusto che rimanga impossibile.
Mentre cammino verso il centro, verso l' unica casa in muratura che serve come luogo di riunione, da lontano sento un rumore familiare: aspirazione, compressione, scoppio, scarico, aspirazione, compressione , scoppio, scarico.....un motore!
Il sentiero risale un dosso e all' orizzonte vedo una luce....come una stella cometa per arrivare alla festa. Un generatore, un cavo elettrico, un filo di tungsteno incandescente...la luce elettrica è l' unico cambiamento estetico di Machakuyaku per la notte di capodanno; una singola lampadina potrà almeno permettermi di vedere in volto le persone con cui sto cambiando anno.
Durante tutta questa giornata, una giornata lunghissima iniziata all' alba, una giornata diventata ancora più lunga nei racconti, ho ascoltato imprecisati esplosioni provenire dal centro della comunità. Finalmente stasera scopro di cosa si tratta e contemporaneamente scopro un facile metodo di integrazione con alcuni membri della comunità. Non si tratta dell' alcool come verrebbe facile pensare. Si tratta di giocare, giocare con i bambini. Un metodo diretto per superare le barriere culturali e sociali, più diretto dell' alcool che solo ne rappresenterebbe un momentaneo abbassamento. I bambini, in nessuna parte del mondo, si dedicano alla costruzione di tali muraglie.
Sono una decina, vicino ad un falò. Hanno una canna di bambù lunga circa un metro con solo una estremità aperta, e un incisione a mezzaluna a pochi centimetri dal lato chiuso. Uno dei bambini si occupa di versare una piccola quantità di gasolio nella fenditura, un altro, inginocchiato per terra soffia in essa a più non posso, per volatizzare la miscela. Un terzo bambino accorre dal falò con un tizzone ed incendia i vapori di gasolio.. eee... Buuuum!
Artigianale, insicuro, pericoloso e decisamente rumoroso...un autentico botto di capodanno, insomma.
Lasciatemi provare, dico. Con un amico compagno di viaggio ci spartiamo i ruoli, io soffio lui incendia. Mentre ricarico i polmoni fra un soffio e l' altro i vapori di gasolio mi danno un po' alla testa, penso a quanto si stiano bruciando questi bambini che non fanno altro da ore ed ore ma non desisto, prendo fiato e soffio ancora..
Arriva il tizzone eeeee...nulla! Un misero scoppio soffocato, rinsaccato nel bambù...i bambini ridono e ci prendono un po' in giro...io sorrido amaro...altro gasolio, soffio ancora più forte, mi gira la testa ma continuo, arriva il tizzone eee BUM!
Un bello scoppio degno di quelli dei bambini, rido e mi applaudo da solo, contento del rumore prodotto come se fossi un bambino....esatto, un bambino come loro....e mi sento già un po' più integrato nella comunitá.
Inizia ufficialmente la festa, l' ufficialità è forse la caratteristica principale della serata giacché uno dei membri del villaggio, colui che di solito riceve i forestieri, impugna un cronogramma rigido delle attività che si svolgeranno fino a mezzanotte.
Punto uno -esclama- : “presentazione”
"Hola soy marco, soy italiano..bla bla bla".
Punto due -continua-: “saluto della comunità”
"Hooola marco!"
Punto tre.....e così via...
I punti salienti sono un concertino di musica kichwa, la rievocazione di un matrimonio secondo la antica tradizione (un curioso balletto in cui gli sposi si avvicinano e allontanano saltellando fino a culminare nello scambio del cappello, di baciarsi nemmeno se ne parla) e una danza con gesti che rimandano al lavoro quotidiano delle donne della comunità.
Ma io e miei compagni di viaggio non rimaniamo a guardare come spettatori inerti, chiediamo la chitarra, un minuto di assemblea per trovare un accordo musicale e poi a squarciagola “bella ciao”..
Ne approfitto pure per spiegare le origini della canzone alla comunità di Machakuyaku, dodicimila chilometri di distanza dall' Italia, niente tv, niente radio, niente giornali, niente luce elettrica, niente acqua potabile. Non so bene cosa abbiamo capito del mio piccolo riassunto sulla resistenza partigiana....
E come non approfittare dell' atmosfera appena creatasi per tirare fuori dallo zainetto quattro bottiglie di vino rosso? Un cabernet cileno neanche troppo cattivo, riempio qualche bicchiere e lo faccio circolare fra i miei insoliti compagni di festa di capodanno..
La serata si conclude con una cerimonia non prettamente kichwa ma tipicamente ecuadoriana: viene bruciato un fantoccio di paglia e vecchi vestiti, come uno spaventapasseri, che rappresenta il vecchio anno che se ne va.
Si brinda al nuovo a sorsi di chicha, una bevanda leggermente alcolica e piuttosto acidula a base di yucca fermentata. Sono le donne della comunità a prepararla, la tradizione vuole che la fermentazione sia indotta dalla saliva, ed infatti la yucca veniva prima masticata e sputata e poi lasciata fermentare.
Un ottimo metodo di trasmissione della tubercolosi.
Ancora in molte parti dell' Amazzonia è questo il modo in cui viene preparata la chicha, ma qua a Machakuyaku, fortunatamente, la saliva è stata sostituita dal camote, un piccolo tubero dal vago sapore di castagna.
Sono stanco morto, non sarà neppure l' una ma mi sembra di essere in piedi da un mese, mentre mi dirigo verso la capanna. Niente stella cometa, niente luce, trovare la strada sarà un avventura. Cado un paio di volte sulle rocce umide e scivolose, tentenno nel fango, mi chiedo se stia andando nella giusta direzione..
E non posso fare a meno di pensare alle famiglie che vivono isolate nella foresta, a più di un ora di cammino. Loro come faranno?
La mattina dopo, all' alba, mentre con lo zaino in spalla riprendo il cammino, ripasso davanti alla casetta in muratura. Alcuni indigeni dormono in mezzo al prato, altri sui gradini di una capanna, qualcuno è ancora sveglio e mi saluta.
Ora capisco...bastava non tornare...
(...fine..)
17 gennaio 2008
Cortocircuito /3 - Diemetriltriptamina
Mettere in una casseruola 500 g di Banisteriopsis caapi tagliata a pezzetti e 85 g di Psychotria viridia in foglie, coprire con acqua e far bollire a fuoco lento per 10-15 ore. Filtrare il liquido ottenuto e servire.
Ayahuasca.
"liana degli spiriti"; "fune dell' impiccato" o "imbrigliatrice dell' anima" come viene chiamata in diverse parti dell' Amazzonia.
Gli effetti iniziano circa mezz' ora dopo l' assunzione e durano dalle 4 alle 6 ore.
Da una parte ci sono gli alcaloidi contenuti nella corteccia della liana di Banisteriopsis. Facilitano l' attivazioni delle sinapsi fra i due emisferi cerebrali e provocano allo stesso tempo una temporanea inibizione degli enzimi della monoamino oxidasa (MAO) con conseguente aumento dei livelli normali di serotonina.
La serotonina è un neurotrasmettitore che partecipa in modo fondamentale nei processi di controllo dello stato d' animo, delle emozioni, nelle percezioni sensoriali e delle funzioni cognitive superiori.
Dall' altra parte c' è la diemetriltriptamina (DMT), contenuta nelle foglie di Psychotria viridia. Normalmente la DTM risulta inattiva quando si somministra per via orale perché viene degradata dalla MAO, solo quando si fuma o si inietta può arrivare al sistema nervoso e produrre la visione di forme e colori caleidoscopiche.
L' inibizione della MAO dovuta agli alcaloidi permette alla DMT di arrivare al sistema nervoso senza essere degradata. Contribuisce ad attivare le sinapsi lavorando in sinergia con gli altri alcaloidi e i suoi effetti lisergici risultano rafforzati.
Javier è davanti all' ingresso della cueva del duende. Dalla sua borsa a tracolla estrae una torcia elettrica, inserisce una batteria nuova e ne controlla il perfetto funzionamento.
Questa grotta- racconta- l' abbiamo scoperta circa due anni fa.
Prima di entrare abbiamo chiesto consiglio allo sciamano di Machakuyaku, un indigeno kichwa di 53 anni che vive piuttosto isolato nella selva. Era già successo, infatti, di scovare altre caverne nella selva e chi era entrato per ispezionarle non aveva mai fatto ritorno. Disturbare “el duende”, lo spirito delle caverne può essere molto pericoloso, bisogna, prima di entrare,chiedere il permesso.
Un abitudine consigliabile anche dalle mie parti, mi viene da pensare. É solo il modo in cui si chiede ad essere leggermente diverso.
Lo sciamano, durante una cerimonia alla quale partecipano altri membri della comunità, entra in contatto con lo spirito della caverna. Il mezzo di comunicazione è l' ayahuasca, la diemetrilptamina.
Quando esce dal mondo parallelo, dalla realtà occulta svelata dagli alcaloidi, consegna un messaggio positivo a Javier.
Si può entrare, el duende de la cueva lo permette. Con un vincolo: non si può andare più in là di una grande roccia su cui pende una stalattite, posizionata a circa settanta metri dall' entrata.
Negli ultimi due anni, da quando Javier è entrato per la prima volta nella grotta, nessuno ha mai oltrepassato tale limite.
Magia, realtà, tradizione, leggenda, buonsenso. Tutto si fonde quando arrivo al punto di non ritorno.
A settanta metri dall' ingesso della caverna la morfologia della cavità cambia improvvisamente, il cunicolo diventa più stretto, scende rapidamente verso il sottosuolo e si aprono crepacci senza fondo ai lati di un possibile cammino.
Che sia per colpa del duende indispettito o dell' umidità sulla roccia, mettere un piede in fallo diventerebbe pericolosamente probabile...
(...continua...)
9 gennaio 2008
Cortocircuito /2 - Fango
Il sentiero risale la collina alle spalle delle tre capanne che formano il centro del villaggio. Un dislivello non impegnativo in molte altre parti del mondo ma qua la terra sotto i piedi è solida solo al di sotto di trenta centimetri di fango. In amazzonia piove. Piove tantissimo. Piove e fa caldo.
Ripenso alla sera del 22 dicembre, ero in un altro mondo. Unico filo conduttore il fango. Non molto profondo come pensiero ma estremamente reale e tangibile, un po' su tutto il corpo.
Javier sembra volare mentre io arranco dietro di lui affondando, passo dopo passo, sempre più nel fango. A centinaia di chilometri di distanza, nel mondo di Muisne, avevo vissuto la stessa identica situazione. E' il 22 dicembre, alle 9 di mattina la barchetta partita da Muisne raggiunge una piscina di allevamento di gamberetti ormai abbandonata. Inizia la giornata di riforestazione. Al primo passo sono già nel fango fino alla cintola, completamente bloccato. Impossibile tornare indietro, impossibile avanzare. Penso all' evoluzione della nostra specie, al fatto che diventare bipedi sia stata una conquista positiva in molti ambienti. Ma sicuramente non qua, metto il sacchetto dei semi al collo e passo le successive tre ore a gattoni. Qualche metro davanti a me c' è Maria.
Maria ha una cinquantina d' anni, almeno 45 dei quali passati a raccogliere conchas fra le radici delle mangrovie. Nel fango. Tradizionalmente è il lavoro delle donne delle comunità dell' estuario, le cui mani piccole riescono ad arrivare dove non potrebbero quelle degli uomini, impegnati a pescare in mare aperto. O almeno così è stato fino a quando il rumore delle motoseghe non ha sovrastato quello delle onde...
Maria sembra camminare su un parquè appena lamato. Mentre io annaspo, lei saltella e va a portare un po' di semi a sua nipote, una bambina sorridente che li pianta minuziosamente nel fango. Con la stessa dedizione con cui un' altra bambina, in un altro luogo, potrebbe pettinare i capelli di una bambola.
Anche io sorrido e pianto minuziosamente, ma sorriderò ancora di più la sera, a casa, quando sotto la doccia cercherò, con dedizione, di lavare via tutto il fango che ho fra i capelli...
Maria e Javier, potrebbero essere una bella coppia...
Poco a poco prendo confidenza, metto i piedi esattamente dove li mette Javier e lo raggiungo, arriviamo assieme ad una capanna dopo quasi un ora di cammino. Mi spiega che qui vive un famiglia della comunità di Machakuyaku, bussiamo alla porta per salutare e dal balconcino si affacciano tre bambini. Ogni giorno vanno a scuola al centro, mi racconta Javier, un' ora di cammino nel fango all' andata e una al ritorno. Io cerco di asciugarmi velocemente il sudore e a nascondere le duecento pulsazioni al minuto...
Dopo un' altra mezz' ora arriviamo alla caverna.
(...continua...)
3 gennaio 2008
Cortocircuito
(...continua...)

