lunedì 25 agosto 2008

Le tanto sospirate?

Se l' aver viaggiato tutto l' anno sulla costa dell' Ecuador da un villaggio di pescatori all' altro, da un bosco di mangrovie che resiste ad uno distrutto dalle camaroneras, fra un bagno nell' Oceano Pacifico e una scorpacciata di pesce e granchi....se tutto questo si può chiamare "lavoro", allora posso dire che finora ho lavorato.

Adesso invece sono in vacanza, ossia faccio esattamente lo stesso di prima (vagare per l' Ecuador), ma scelgo io la destinazione.
E visto che di costa, mangrovie, spiagge, conchas e camaroneras ne ho viste abbastanza ho deciso di viaggiare per le Ande, da Quito rumbo al sur fino a Vilcabamba, il paesino piu longevo al mondo.

Ho visto, osservato, conosciuto, riso, pianto (e non per il ritorno di sheva), ho avuto il mal di piedi dopo 8 ore di cammino, ho ripreso confidenza con la vecchia Nikon manuale, ho toccato le rovine Inca, camminato sul bordo di un cratere vulcanico ed in fondo ad un canyon, osservato le merci e gli indigeni nei mercati di paese, e mille altre amenità.

Forse potrei mettermi di buzzo buono e raccontare il viaggio qui sul blog, ma il tempo stringe, fra poche ore sarò alle Galapagos e si aggiungeranno altre visioni, altri racconti...

Non riuscirò mai a raccontare tutto, ma con l' aiuto delle foto della vecchia Nikon e una pinta di John Martins al Tipota, qualcosa dovrebbe pur venir fuori....

mercoledì 25 giugno 2008

Emisfericità

(la foto meno originale che si possa scattare in tutto l' Ecuador)
(forse l' ho fatta proprio per questo)
(ovviamente sto andando da nord a sud)
(ovviamente il cielo è ritoccato - male - con photoshop)

giovedì 15 maggio 2008

Dal Chapapote a Coan Coan (un viaggio in prima persona)

Il 13 novembre 2002 Apostolus Mangouras osserva con una certa preoccupazione la carta navale sul suo tavolino. La nave sotto il suo comando è appena entrata in una zona dal nome quantomeno sinistro: Costa da Morte. A conferirle tale nome i numerosissimi naufragi avvenuti qui dove il mare si incontra con l' oceano. E non è mai amore a prima vista.

Lo stesso giorno un mercante spagnolo chiama la guardia costiera: -Ho perso 200 tronchi in mare mentre passavo per la costa della Galizia!-. Distratto, il mercante.

I tronchi galleggiano trascinati al largo dalla corrente. Non è una bella giornata, é in corso un temporale con vento forza nove e onde alte come case di tre piani.

Da parecchio tempo Apostolus sta in piedi con il timone della nave fra le mani, é partito da San Pietroburgo qualche settimana prima ed ha giá fatto scalo in Lettonia ed Inghilterra..

Ormai i cigolii e gli scricchiolii del monocasco sotto i suoi piedi li conosce a memoria.

All' improvviso un rumore nuovo. Uno stridore fortissimo, un boato. Niente a che vedere con la ruggine della nave. Corre a vedere cosa é successo. Nella fiancata destra del Prestige, si é aperta una crepa. É la stessa fiancata che aveva fatto rappezzare un anno e mezzo prima in un cantiere navale cinese, forse un lavoro non proprio a regola d' arte. Ma finora aveva retto e non era costato molto.

Mentre segue con lo sguardo i primi fiotti di petrolio uscire dalle cisterne e liberarsi in mare, intravede, fra le onde giá nere, alcuni tronchi d' albero. Certo non é uno fortunato, il greco Apostolus.

Corre di nuovo all' interno, si attacca alla radio di bordo e lancia un s.o.s.: la situazione é critica, stanno fuoriuscendo tonnellate di petrolio e la possibilità che la crepa si chiuda da sola é piuttosto improbabile. Mentre il petrolio esce l' acqua entra e la ferita si fa piú profonda.

Il governo spagnolo tentenna poi ha un idea geniale: -Trainiamo la nave piú a largo verso nord, cosí il petrolio se lo beccano le coste francesi-. Ma ai francesi arriva la soffiata e si incazzano. -E allora spostiamolo a sud (tanto la corrente del golfo non esiste...), facciamolo un po' di nascosto ed i portoghesi si ritroveranno le spiagge nere senza neppure sapere perché-.

Apostolus conosce bene la sua nave, sa che un monocasco con una crepa sulla fiancata non resisterebbe al largo, dove le correnti e le onde sono ancora piú forti. Per molte ore si rifiuta di obbedire agli ordini del governo spagnolo. Alla fine deve cedere, viene arrestato per disobbedienza alle autoritá ed evacuato in manette dal Prestige.

Quattro rimorchiatori agganciano la nave e iniziano a portarla al largo.

Alle 8 della mattina del 19 novembre il Prestige si spezza in due.

-Il petrolio rimarrá sul fondale, non ci sará nessun danno né alle persone ne all' ambiente!– annuncia, delirante, il franchista Fraga, presidente della Junta di Galizia.

Non andó esattamente cosí.

Dalle stive del Prestige uscirono 63 mila tonnellate di petrolio. Il chapapote contaminó irrimediabilmente le coste della Spagna settentrionale, quelle francesi e la parte sud dell' Inghilterra.

63 mila tonnellate, 13 mila in piú di quelle della Exxon Valdez, Alaska 1989.


Il peggior disastro petrolifero della storia?

No. Bazzecole, bruscolini. Quisquilie.

Al peggio non ci sono limiti, recita una veritiera frase fatta.


Nel 1964 i Cofanes non sapevano ancora bene in che parte del mondo colonizzato si trovassero.

Anche a loro era giunta voce dell' esistenza di uno stato chiamato Ecuador e di uno chiamato Colombia ma non sapevano esattamente dove tali stati si trovassero. E come loro altri popoli indigeni: Secoya, Wuaorani, Siona, Kichwa e Tetetes. Popoli che da sempre vivono immersi nell' Amazzonia.

I Cofanes vivono in una parte di foresta amazzonica compresa fra l' Ecuador e la Colombia, 10 villaggi da una parte e 4 dall' altra. Per loro, l' appartenenza ad uno stato o all' altro, é un dato superfluo, puramente statistico, roba da sussidiario delle elementari. Vivono di caccia e pesca nella foresta e nei fiumi che l' attraversano, dall' enorme varietá di piante amazzoniche attorno alle loro capanne ottengono cibo, medicine ed utensili. Sono un popolo pacifico, considerano la terra che li circonda come un essere vivente che regala loro la vita. Un essere che non puó essere fatto a pezzi e venduto.

Alle idi di marzo del 1964 un uomo bianco col cappello da cowboy entra in un villaggio Cofan dell' Ecuador Orientale, nella zona dove adesso sorge l' orribile cittá di Lago Agrio. Gli indigeni gli si fanno incontro. Cattivi presagi: gli altri uomini bianchi che erano venuti dieci anni prima, i missionari evangelici, avevano portato solo malattie.

L' uomo bianco col cappello allunga il braccio, punta l' indice e lo muove a 360 gradi verso la foresta oltre le capanne: -Tutto questo é nostro, ce lo ha appena concesso lo Stato dell' Ecuador-.

Troppe cose nuove, troppi concetti inspiegabili in troppe poche parole. I Cofanes sono allibiti. Da un giorno all' altro scoprono di “appartenere” ad uno stato, scoprono che quell' essere vivente che gli permette di vivere, la foresta, si puó dividere in parti e vendere, che una cosa chiamata stato lo ha venduto all' uomo bianco e che loro non ci possono piú metter piede.

Come se arrivasse uno della casa di fronte e ti mettesse il lucchetto al frigorifero : “Ora é mio, me lo ha venduto quello del piano di sopra”

Il bianco mette la mano in tasca e ne tira fuori un foglio: il 5 marzo 1964, lo stato ecuadoriano dava in concessione alla compagnia statunitense Texaco un milione mezzo di ettari di Amazzonia. Il 27 marzo 1964 uscirono i primi galloni di petrolio dal nuovo pozzo della Texaco.

Le prime ferite sul corpo di Coan Coan.


Racconta Fidel Aguinda, giovane capo del villaggio Cofan di Aguasblancas:

-Coan Coan é una creatura del sottosuolo, la sua casa é sottoterra. Non é un dio, non é un mostro, é semplicemente una creatura. É il padrone degli animali che vivono nella foresta. Quando vogliamo dei consigli o un favore per avere piú caccia o pesca, lo sciamano del villaggio entra in contatto con lo spirito di Coan Coan attraverso un rituale con Ayahuasca. Come tutte le creature anche Coan Coan ha bisogno di risposarsi: quando dorme il suo sangue si trasforma in petrolio. I pozzi delle compagnie petrolifere uccidono Coan Coan. Lui é parte dei Cofanes e noi Cofanes siamo parte della sua vita, non possiamo permettere che muoia- .


Nei successivi anni la deforestazione della foresta amazzonica accelerò esponenzialmente e la compagnia petrolifera statunitense creó un sistema composto da 350 pozzi e una estesa rete di oleodotti.

Il piccolo popolo indigeno dei Tetetes si ritrovó circondato da pozzi: senza piú la foresta, unica fonte di cibo e medicine, scomparve nel nulla. Le condizioni di vita delle altre etnie si fecero difficilissime e il rischio di estinzione é ora altissimo. Ma piú che di estinzione sarebbe coretto parlare di genocidio.


La deforestazione é infatti, nella sua gravitá, solo una parte del problema.


Il petrolio contiene una considerevole quantità di molecole tossiche: idrocarburi aromatici (benzene, toluene, xilene), idrocarburi policiclici aromatici (antracene, pirene, fenantrene, benzopirene e altri), metalli pesanti (cadmio, cromo, piombo,mercurio, cobalto, rame, etc), nonché alcuni elementi radioattivi (stronzio 90, radon 226). Tali molecole sono estremamente persistenti nell' ambiente, hanno tempi di degradazione lunghissimi, e soprattutto sono tristemente noti alla tossicologia come agenti cancerogeni.

La gamma completa degli elementi del petrolio é considerata una minaccia alla salute pubblica ed all' ambiente, tutti i paesi hanno pertanto creato delle leggi per regolare le pratiche di estrazione. Le stesse compagnie petrolifere hanno sviluppato regolamenti interni di salvaguardia.


La Texaco, nei suoi 28 anni di presenza nella Amazzonia ecuadoriana, scelse intenzionalmente e deliberatamente di non rispettare l' ambiente, la vita dei popoli indigeni, gli obblighi verso il governo e le stesse norme interne della compagnia vigenti in concessioni petrolifere in altri stati.



Certo, se il controllore dell' operato della Texaco doveva essere il governo ecuadoriano, in quel periodo la congiuntura non era certo favorevole...


L' 11 luglio del 1963 il governo filocastrista di Carlos Julio Arosemena veniva destituito da un colpo di stato militare. Al potere si autoproclamó un quadrunvirato formato dai capi dell' esercito. Dietro tutto questo c' erano, come era solito in quel periodo, gli Stati Uniti, che, dopo la rivoluzione cubana, non potevano certo sopportare i tentativi di emulazione in altri paesi.

In quel periodo, inoltre, la Texaco era la unica compagnia petrolifera a distribuire benzina in 50 stati U.S.A.( e cosí fu fino al 1980).

Praticamente, i dirigenti della Texaco, per andare al bagno, usavano quelli della Casa Bianca.



Per stessa ammissione della Texaco la quantità di petrolio di scarto deliberatamente gettata nella foresta è stata di 332 milioni di galloni. A questa quantità bisogna sommare le perdite dell' oleodotto, stimabili in circa 30 milioni di galloni (fonte: Acción Ecologica)


Un po' di calcoli. 332 più 30 fa 362 milioni di galloni.

362 milioni di di galloni sono 1368 milioni di litri, vale a dire 1368 mila metri cubi

Oppure, con una equivalenza, 1231 mila tonnellate.

Quasi 20 volte la quantità persa dal Prestige.


La Texaco ha utilizzato in Ecuador strutture antiquate e mal funzionanti, oleodotti giá vecchi che si sono riempiti di buchi in poco tempo. Ha infranto non solo le leggi ecuadoriane in materia ambientale ma anche le stesse norme di autoregolamentazione che la compagnia aveva adottato in USA nello stesso periodo. Le norme obbligano a immagazzinare temporaneamente il petrolio di scarto in piscine isolate e protette, per poi re- immetterlo nel sottosuolo; la Texaco lo ha semplicemente buttato via nella foresta, oppure lo ha versato in grandi buche scavate nel terreno, senza alcun tipo di isolamento. Di queste piscine ne esistono circa mille, senza contare quelle che la Texaco ha cercato di nascondere ricoprendole di terra.

In 28 anni il petrolio, che di starsene quieto in una pozza ha poca voglia, ha contaminato il suolo, i fiumi e la falda acquifera sotterranea.

I terreni e i campi vicini ai pozzi di estrazioni sono neri, appiccicosi, catramosi.

L' acqua del Naviglio, in confronto a quella dei fiumi di questa parte della foresta, é praticamente potabile. Peccato che questa acqua sia l' unica a disposizione dei popoli indigeni: in Amazzonia non ci sono molti rubinetti.


Ritornello. Il petrolio gettato nella foresta, é solo una parte del problema.


Mentre si estrae il petrolio si estrae anche una considerevole quantità di acqua. É un ' acqua che ha la stessa etá geologica del petrolio, si é formata insieme a lui e per questo prende il nome di “acqua di formazione”. Il rapporto é circa 9 a 1, ossia per ogni barile di petrolio estratto vengono fuori anche 9 barili di acqua.

L' acqua di formazione contiene concentrazioni dannose per la salute umana di sali di calcio, magnesio e manganese. Contiene anche sali di zolfo, sodio, cloro a concentrazioni 6 volte maggiore dell' acqua di mare che quindi sono intollerabili per la vegetazione. Inoltre, avendo passato decine di migliaia di anni in compagnia del petrolio, l' acqua di formazione contiene gli stessi elementi nocivi dell' oro nero: idrocarburi semplici e policiclici, metalli pesanti, elementi radioattivi.

Fin dal 1939 in Texas, stato di origine della Texaco, esistevano leggi che obbligavano la compagnia petrolifera a re-immettere nel sottosuolo, nello stesso pozzo da cui proveniva, l' acqua di formazione, per limitare i danni ambientali e per la salute derivanti dalla contaminazione con tale acqua. Fin dal 1939 la pericolosità dell' acqua di formazione era quindi ben conosciuta sia a livello legale sia dalla stessa compagnia.


Dal 1964 e per i successi 28 anni, in Ecuador, la Texaco non ha re-immesso nel sottosuolo una sola goccia.


L' acqua di formazione é stata direttamente gettata nei fiumi o nel suolo, portando ad una gravissima contaminazione delle acque superficiali e sotterranee. Gli indigeni dell' Amazzonia usano queste acque per bere, lavarsi, irrigare i campi, dar da bere agli animali.

Per ammissione stessa della Texaco la quantità di acqua di formazione rilasciata nella rete fluviale e nel suolo amazzonico equivale a 18,5 mila milioni di galloni. Come nel caso del petrolio di scarto si tratta di dati ufficiali forniti dalla stessa compagnia nel processo che la vede imputata, il sospetto che i dati reali siano ben piú alti é piuttosto fondato.


Comunque, 18,5 mila milioni di galloni sono 70 mila milioni di litri, ossia 70 milioni di metri cubi.


Un lago alpino, neppure fra i piú piccoli, come quello di Mergozzo, contiene piú o meno la stessa quantitá d' acqua. Buona, peró.


Ritornello.


Oltre al petrolio e all' acqua di formazione, durante l' estrazione dai pozzi petroliferi fuoriescono anche grandi quantitá di gas naturale, che, secondo quanto previsto dalla legge, deve essere immagazzinato per usi produttivi o re-immesso nel pozzo.

Texaco non ha mai, in 28 anni, immagazzinato o re immesso il gas naturale. Lo ha semplicemente bruciato. Si vede che oltre a contaminare terra e acqua voleva dare una giusta parte anche all' aria. Per non fare torti a nessuno.

La centralina per il monitoraggio dello smog di viale Juvara (una delle zone piú inquinate di Milano), da queste parti si troverebbe come a casa.

L' aria, in questa regione dell' Amazzonia ed in particolare in prossimitá dei mecheros (gli apparati dove si bruciano i gas), risulta inquinata da tossine e incombusti che non solo vengono inalati dalle persone ma producono anche il fenomeno della “pioggia nera”. I popoli indigeni, rassegnati al fatto che non potessero piú bere l' acqua dei fiumi come avevano fatto per secoli, han provato a bere quella piovana.

Anche in questo caso gli é andata male.




La esposizione alle tossine derivanti dalla contaminazione di suolo, acqua e terra avviene per ingestione, inalazione e contatto. Il 75 % della popolazione che vive nell' area di estrazione utilizza acqua contaminata, un acqua fetida, salata, con macchie di petrolio in superficie. Usano questa acqua per lavarsi, bere, cucinare, non per ignoranza dei pericoli ma semplicemente perché non esiste altra acqua. Gli animali della selva, cibo tradizionale dei popoli indigeni, sono particolarmente sensibili alla contaminazione, alla deforestazione e all' inquinamento acustico. Sono scomparsi e la caccia non é piú una fonte di cibo.

I campi per l' agricoltura sono contaminati, le terre non sono piú produttive, spesso sono nere e catramose. Non cresce piú nulla. Il livello di denutrizione nell' area petrolifera é del 43%, il piú alto del paese. Il tasso di leucemia in bambini fino a 4 anni é 3 volte piú alto della media, quello di aborto spontaneo é di 2,5. La principale causa di morte nell' area petrolifera é il cancro (32%), 5 volte superiore alle zone della foresta amazzoniche non interessate dall' industria petrolifera. L' aspettativa di vita é di 35 anni. Due popoli indigeni sono letteralmente scomparsi, altri quattro rischiano grosso,


Perché tutto ció?


Nei 28 anni di presenza di Texaco in Ecuador, la compagnia statunitense estrasse petrolio per un guadagno complessivo di circa 30 mila milioni di dollari.

La scelta cosciente, intenzionale e deliberata, di contaminare l' ambiente, causare morte e sofferenza per le popolazioni indigene, di non rispettare le leggi esistente, fu presa per permettere alla compagnia di ottenere un guadagno aggiuntivo di circa 3 dollari al barile. 30 mila milioni di dollari forse sembravano pochi.


Nella pagina internet della Texaco (che nel frattempo ha cambiato nome in Chevron) esiste una sezione chiamata “The Chevron Way”. Ecco quello che scrivono di loro stessi:


“La nostra compagnia si fonda sui nostri valori, che ci distinguono e guidano le nostre azioni. Conduciamo i nostri affari in forma socialmente responsabile ed etica. Rispettiamo le leggi, difendiamo i diritti umani universali, proteggiamo l' ambiente e apportiamo benefici alle comunità dove lavoriamo."



Per maggiori informazioni:


www.texacotoxico.org

http://cofanes.wordpress.com

www.accionecologica.org

www.amazoniaporlavida.org


Due video:

www.texacotoxico.org/video_texacontamination/texacotoxico_high.html

In http://video.google.com cercare "shamansoil"

mercoledì 30 aprile 2008

dialogo sui massimi sistemi

Nelle ultime tre settimane ho vissuto a Puná, un' isola isolata, dimenticata da tutti, sconosciuta al resto del paese. Dimenticata anche da Dio, nel caso, improbabile, che Dio esista.

Puná é grande piú del doppio dell' isola d' Elba e sparsi sulla sua superficie ci sono 14 villaggi di baracche e palafitte, senza luce, acqua, scuole, medici ne medicine. Per muoversi da un villaggio all' altro bisogna aspettare l' estate, la fine della stagione delle piogge: solo allora la vegetazione si ritira e si riaprono i sentieri, percorribili solo a piedi o a dorso d' asino.

Ma in fondo perché muoversi? Se nel villaggio d' arrivo, come in quello di partenza, comunque non c' é nulla?

Io ci sono finito per lavoro, un lavoro che mi piace sempre di piú, come inviato sul campo della C-Condem di Quito, un ponte fra l' ufficio centrale e los pueblos del manglar sulla costa.

A Puná dovevo raccogliere informazioni sulla gente dell' isola, in particolare cercare i villaggi che dipendessero dalla pesca e dalla raccolta di conchas nelle mangrovie per capire quanto le camaroneras avessero giá deforestato, per scoprire se la gente avesse giá fondato un' associazione e nel caso contrario fomentarne la creazione. Attraverso un' associazione ci sono piú possibilitá di denunciare l' illegalitá della deforestazione e fermare i camaroneros.

Dopo aver girato alcuni villaggi dell' isola senza molta fortuna mi viene detto che a Campo Alegre, nella parte sud, ci sono circa 200 famiglie e tutte vivono di raccolta conchas, non esistendo in quella zona dell' isola nessun altro lavoro se non quello fra le mangrovie.

(A Campo Alegre ,lo scopriró solo dopo, nelle strade e nelle case si aggira lo stesso numero di persone, vacche, maiali, galline, capre, asini e cani randagi. Non esistendo bagni nelle case tutti i sopracitati essere viventi confondono le vie sterrate del villaggio per latrine. Quando la marea si alza diventa una piccola Venezia e i bambini si tuffano in questo liquame che chiamare mare é un oltraggio al vocabolario..)

Campo Alegre é, ovviamente, irraggiungibile a piedi. Mi tocca fare il giro lungo, andare in barca fino alla costa continentale e da lí cercare un altra barca per Bellavista, un piccolo villaggio ad ovest. Da Bellavista il sentiero per Campo Alegre é giá praticabile e sono solo un paio d' ore a piedi.

Sulla bagnarola per Bellavista chiacchero con un tipo, scopro che é di Campo Alegre e che é conchero. Bene, mi dico, iniziamo a raccogliere informazioni. E senza troppi preamboli cerco di scucirgli un po' di dati sul suo lavoro. Il tipo mi risponde al rallentatore, come se fosse in preda ad una crisi di sonno, non riesco ad ottenere molto prima che si addormenti mentre la barca si allontana da riva.

Dopo qualche minuti mi richiama.

- Non la disturbo se le faccio io una domanda? -

- Certo che no -

- Lei é italiano..- inizia a dirmi.

Io penso subito alle domande che mi vengono normalmente rivolte quando svelo la mia nazionalitá :

1) com' é il lavoro in Italia

2) come sono le donne in Italia

3) esiste la Pilsener in Italia (la Pilsener é l' unica birra che si beve in Ecuador. Fa schifo.)

Il tipo prosegue:

- In Italia ci devono essere tantissimi soldi, lei deve avere un sacco di plata...-.

Io non dico nulla, lo lascio continuare, voglio vedere dove vuole andare a parare.

Subito peró si allontana dal discorso monetario e vira ad un nuovo territorio..

- Il livello della scienza in Italia deve essere altissimo, le vostre conoscenze devono essere molto, molto piú grandi delle nostre, lei é una persona che ha studiato, lei deve sapere un sacco di cose, praticamente lei sa tutto...-

Faccio il vago, accenno solo ad un:

- Bueeeeeno...-

E allora io le volevo chiedere- (finalmente!)

(pausa)

- Perché le navi e gli aerei spariscono nel triangolo delle bermuda? -

!!!

mercoledì 2 aprile 2008

Olger

170 conchas. Conchiglie, letteralmente. Bivalvi del genere Anadara, specie tuberculosa o similis. Da cucinare insieme al riso o alla brace.

Al mercato del porto si comprano a 14 - 15 dollari il centinaio, a Quito arrivano anche a venticinque.

Nelle tasche del conchero che le ha raccolte non finiscono piú di sei dollari.

170 conchas in un giorno di lavoro é una quantitá discreta al giorno d' oggi. Una cifra ridicola, invece, se confrontata con quelle di quindici o vent' anni fa, quando si arrivava, portandosi i figli al lavoro, anche a mille.


Poi le cose cambiarono. In peggio, ovviamente.


Attacato con un gancio alla reticella delle conchas, Olger Jaramillo rientra a casa dopo una giornata passata nel fango fino alla cintola e le mani immerse fra le radici delle mangrovie.

Rema in piedi sulla coda della sua canoa, lasciandola scivolare sulle immobili acque dell' estuario al tramonto. Osserva il paesaggio scorrere ai suoi fianchi e prova un emozione a metá fra la nostalgia e la rabbia.

Vent' anni prima, quasi ogni giorno, Olger si siedeva un po' piú avanti nella canoa. Alle sue spalle, in piedi sulla coda con in mano il remo, suo padre. Andava con lui a impare il mestiere.

Al ritorno, il percorso fra le mangrovie dell' estuario, era lo stesso di oggi.

Ma non é piú lo stesso il paesaggio. Oggi, dello sconfinato bosco di mangrovie, non rimane che una sottile fila di piante.

Le uniche che si sono tappate le orecchie al rumore delle motoseghe, le uniche che la industria camaronera ha deciso di non tagliare. Perché sono utili, perché proteggono dalle onde le piscine di allevamento per gamberetti.


Centinaia di ettari di rumori, scricchiolii, movimenti, respiri, verde, vita, convertiti in un deserto maleodorante di acque stagnanti, pesticidi, fertizizzanti, antibiotici.


All' inizio concentrata in un punto microscopico fra stomaco e intestino, la nausea inizia a espandersi in tutto il corpo, supera la barriera sensoriale, raggiunge il sistema nervoso e sfocia in emozioni. Amarezza, rabbia, disgusto, tristezza.

Olger sputa amaro in acqua come per liberarsi dal male.

Non manca molto per raggiungere casa, gli basta oltrepassare le ultime piscine industriali.


Jorge Criollo, un bianco di Guayaquil, camaronero, possidente illegale, e quindi usurpatore, di centinaia di ettari di piscine, é un uomo dotato di uno spiccato senso dell' umorismo.

Dopo aver devastato un bosco secolare, ha costruito una decina di piscine per gamberetti. Una pompa idraulica estrae acqua pulita dall' estuario ogni giorno, la mescola con un intruglio di prodotti chimici e la getta nelle piscine. Come tutte le monocolture artificiali, anche quella di gamberetti non potrebbe esistere senza assumere droghe. Alla sera l' acqua viene cambiata, si solleva una barriera di legno e la fanghiglia drogata viene buttata nel fiume contaminando anche quel poco che non era stato deforestato.

Per tutto questo e per la sua piscina Jorge Criollo ha trovato un bel nome: Poza Linda. La parola poza significa piú o meno "piccolo lago naturale" (naturale!) e linda ovviamente "bella".


Simpatico, il vecchio Jorge.


Da anni la comunitá di Olger cerca di ribellarsi: denuncie, piccoli sabotaggi, riforestazioni di piscine. Jorge li odia. E, forse, nasconde qualcosa.

Assume una decina di guardiani e li arma fino ai denti. Fa costruire alcune torrette di avvistamento. Avverte tutti i concheros: - Chi osa avvicinarsi alla mia piscina é un uomo morto -

O un bambino, o una donna morta. Non fa molte distinzioni.


Olger Jaramillo sta remando di fianco alle piscine. Ormai é incazzato, evoluzione naturale del miscuglio di emozioni che lo hanno accompagnato sulla strada del ritorno.


- E cosa dovremmo fare?- impreca fra sé e sé.

- Se non ci avesse distrutto il bosco non dovremmo fare un ora di canoa per andare a conchar, non dovremmo neppure passare di qua, potremmo rimanere vicino a casa. E si lamenta pure! -


Lo hanno ritrovato due suoi amici del villaggio mentre, leggermente piú tardi, tornavano a casa dal lavoro nelle mangrovie.

Un proiettile esploso da un fucile stretto fra le mani di un guardiano di Poza Linda lo ha colpito alla schiena, mentre Olger aveva appena sorpassato le ultime piscine e giá intravedeva le prime palafitte. É morto sul colpo.

Lo hanno ritrovato a bocca in giú, galleggiava sulle immobili acque dell' estuario al tramonto, lasciandosi dietro una scia di sangue.


Agganciate alla cintola, ancora chiuse nella reticella, 170 conchas.



(in seguito all' uccisione di Olger, la gente del villaggio, indignata, é corsa a Poza Linda. Ha sfondato a picconate le barriere di contenimento distruggendo sette piscine. Ha dato fuoco ai magazzini per i prodotti chimici. E, per poco, non ci ha rimesso la vita. Uno dei magazzini conteneva un intero arsenale di armi e munizioni. Non esattamente prodotti per la manutenzione di una piscina per gamberetti. Il buon Jorge Criollo, probabilmente, ha qualche simpatia per il narcotraffico.)


martedì 25 marzo 2008

frammenti da un' altra vita

[...] a quel punto avrebbe solo dovuto aspettare.

Aveva passato tutto il pomeriggio a pensare, completamente alienato, indifferente al luogo, al tempo ed alle persone.

Aveva eseguito meccanicamente tutte le semplici azioni della giornata: portare del cibo alla bocca, lavarsi, riordinare i vestiti, salire sull' autobus, camminare.

Non aveva trovato nulla da ridire su nessuna delle proposte dei suoi compagni di viaggio, forse non le aveva semplicemente ascoltate. Muoveva la testa impercettibilmente su e giù a qualsiasi domanda, solo a volte accompagnava il gesto con una leggera vibrazione delle corde vocali.

Pensava solo a quel momento, quella sera. Ogni attimo.

Tutto il pensiero concentrato sul suo sforzo, perché quello sarebbe stato indispensabile per scatenare una imprevedibile sequenza di eventi. Il risultato finale era impossibile da pronosticare.

Ma fra gli scenari possibili c' era quello perfetto, quello che faceva fatica a ricostruire con un' immagine mentale chiara e definita. L' emozione che generava la offuscava allo stesso tempo.

Le emozioni sono più forti nell' attesa, nell' incertezza, nell' intravedere, nello sperare.

Nell' immagine fugace che riusciva a ricreare solo alcuni particolari erano distinguibili: un angolo del viso, una ciocca di capelli, palpebre che sbattono rapidamente a chiudersi lasciando intuire un colore. Le labbra.

Quasi nulla dell' ambiente circostante, solo la sensazione, quasi una certezza, che ci sia il mare.

Avrebbe aspettato il momento, un attimo di silenzio rotto solo dall' infrangersi delle onde sugli scogli.

Quel suono ritmico e regolare avrebbe cullato le emozioni descrivendo movimenti sempre più ampi, sempre più distanti dal centro, lo avrebbero poi stordito con un vortice velocissimo. Alla fine, l' ultima onda avrebbe fatto tracimare tutto. Le parole sarebbero uscite da sole.

Si sarebbe ritrovato stanco, debolissimo, devastato dallo sforzo anche solo dopo aver parlato per qualche secondo. Parole come macigni, trascinati su una mulattiera di montagna.

Ma alla fine si sarebbe trovato sulla cima, avrebbe fatto rotolare le parole quel tanto che basta per farle cadere dal lato opposto, in balia della discesa. E lui con loro, accecato, senza capire se stava volando o precipitando

Quello era il momento che stava pregustando. Ormai da molte ore.

Il sapore dell' attesa: la propria parte è conclusa e si è chiusa la porta ai rimpianti.

Uscire di scena, scendere le scale del palcoscenico e sedersi in platea.

Solo aspettare, vedere cosa succede.


martedì 11 marzo 2008

Pollo

Ritornato a Quito, sto smaltendo le conseguenze dell' essere tornato a 3000 m dopo tre settimane in infradito e costume.
Mentre rimurgino su come raccontare la vita su un isola di pochi pescatori, molte mangrovie e miliardi di zanzare, inizio a raccontare un frammento dell' ultimo giorno passato laggiú.

É venerdí mattina, ho piú o meno finito di raccogliere informazioni sull' associazione di pescatori che vivono qua e l' unico progetto che ho per la giornata é passare dal letto all' amaca e dedicarmi alla lettura de "historia dell' alquimia", un trattato ritrovato roccambolescamente sull' isola.
Tre bambini mi si avvicinano piuttosto concitati.
In tre settimane avevano preso molta confidenza con me i bambini dell' isola, gli ultimi giorni ne avevo sempre 5 o 6 come scorta personale.
Alla fine avevo una relazione utilitaristica con i bambini: quando non sapevo cosa fare andavo a giocare con loro, cos¡, per passare il tempo. Ricordo un memorabile gol da fuori area con in porta un bambino di sei anni.
-Señor, señor- mi chiamano.
Io distolgo lo sguardo svogliato da libro, sto leggendo la storia di Paracelso e non ho nessuna intenzione di giocare con loro.
Mi raccontano che c' é un animale grosso nella secca dell' estuario, apparso con la bassa marea, lo chiamano con una parola che non conosco e che ho giá dimenticato. Mi chiedono se voglio vederlo, cosí, per fare qualche foto...
Bene, sono riusciti ad incuriosirmi. Con Paracelso ci parleró al pomeriggio.
Pochi passi sulla spiaggia, il latrare di un cane sempre piú vicino.
In mezzo al fango, di fianco ad alcuni germogli di mangrovie, una iguana lunga circa un metro.
Il cane cerca di avvicinarsi, ma l' iguana, apparentemente immobile, si produce repentinamente in una scodata che quasi ferisce il piccolo Centavo (Centesimo, il nome del meticcio).
Rimango in contemplazione di quest' animale che si muove al rallentatore sulle zampe, non cerca di scappare e mantiene il pericolo a distanza di sicurezza con la coda.
Molto affascinante.

Le iguane non hanno praticamente subito nessuna evoluzione nelle ere geologiche, animali che sanno di preistoria.
Mi chiedo perché rimane lí immobile, nonostante la compagnia del cane non sembri molto piacevole.
Dopo capisco.
Non ha fretta.

Nel giro di tre - quattro ore la marea salirá, il cane sará costretto a ritornare sulla sottile lingua di spiaggia e l' iguana potrá nuotare indisturbata verso l' estuario..
I bambini mi raccontano che i pescatori dell' isola, quando si trovano davanti ad un iguana, la catturano per cucinarla.
-Che sapore ha?- chiedo
-É buonissima- mi risponde il piú grande, - Sa di pollo fritto -.
Mi rimbalza nella mente una frase di un celebre blockbuster di qualche anno fa:

"Adoro gli orocereal, anche se il loro sapore mi ricorda vagamente quello del pollo. Guardacaso oggi molte cose sanno di pollo.E se le macchine avessero sbagliato?" (Matrix)